Il popolo dei già svegli

Testo A

Al mattino presto tocca a lui portarmi fuori mentre lei si attarda a sonnecchiare ancora per un po’. Non stamattina, per colpa di quella grossa e improvvisa infiltrazione d’acqua sul soffitto del bagno. Passata l’emergenza, tutto come al solito, trafelata se n’è andata col materassino arrotolato sotto braccio alla lezione di Pilates. Quando è rientrata l’ha accolta il nostro solito silenzio, con lui in ufficio e i ragazzi a scuola. Noi quattro come sempre, lei e io, più i due che parlano parlano dentro lo smartphone che lei si trascina dietro di stanza in stanza. Stamattina però sembravamo soltanto in tre: mentre sorseggiava il suo tè, lei era altrove. Ieri sera li ho sentiti animarsi in un’ennesima discussione sull’educazione dei figli, sulle reciproche incomprensioni di carattere, sugli effetti deprimenti di menù poco variegati che lei continua a propinare senza voli di fantasia: senza passione, ecco. A me questo proprio non sembra: quel che rimane nei piatti me lo spazzolo sempre con grande gusto, anzi, ne vorrei di più di avanzi di lasagne, spezzatino e chili con carne. Di certo il marito e i ragazzi non cucinano mai, sempre troppo presi dai loro impegni sportivi, arrivano e scaricano in bagno sacche piene di fantastici odori, poi si fanno interminabili docce poi si piazzano davanti a un mega schermo a guardare gente che insegue una palla che a volte viene calciata lontano fino a colpire uno solitario che esce da una tana ridicola perché completamente trasparente, a volte viene strappata di mano e cacciata in alto dentro un canestro bucato, a volte il marito passa ore a guardare l’acqua immobile del mare puntinata di triangolini bianchi con omini colorati che si agitano di continuo.

Dopo il brusco risveglio e il Pilates si è fatta un tè e poi è scomparsa per farsi una doccia lampo e non arrivare tardi anche da Kika-Style. È il parrucchiere due strade più in là, lungo il viale alberato dove di solito mi porta a camminare la sera. È una catena di centri estetici con prezzi assurdi per questa città, paragonabili a quelli che trovi in centro a Milano. A lui dice che ci va “per fare uno studio d’ambiente”, capire quali tipi di donne qui a Kyiv possono permettersi tanto lusso – dalle fortunate che hanno tempo e mezzi, alle imprenditrici di sé stesse. Queste, le fiuto subito anch’io: le precede una nuvola di essenze che ti stordiscono, spesso arrivano scortate da Chihuaha e Cavalier King infichettati con bandane Hermès e guinzagli Swaroski, cagnetti prigionieri di borse extralarge tempestate di lettere d’oro. E comunque no, rassicura il marito, che non saranno soldi male investiti senza altro aggiungere se non quel sorriso misterioso che io non comprendo.

La doccia lampo le è stata però fatale. L’acqua sta scorrendo e alla radio stanno duettando Telese e Giannino, umana parodia del noi contro loro, quando un grido di dolore invade le mie orecchie che subito si drizzano a scandagliare l’etere. Col cuore al galoppo mi fiondo nel disgraziato bagno e che che cosa ti trovo?! sotto un getto d’acqua battente, lei accucciata e sanguinante. Singhiozza lei e guaisco io, fin quando la vedo tentare di tirarsi su e poi arrancare verso lo specchio. Con occhi da pazza controlla che cosa l’è successo: sulla chiappa destra scorge di avere una fragola gigante, un tattoo rosso sangue! Quando poi si tasta la nuca spalanca gli occhi come mai prima, tanto che dal panico me la faccio addosso.

“Cazzo! Ma che taglio mi son fatta?!” comincia a singhiozzare come una bambina pazza e bellissima sotto una cascata di capelli arruffatissimi. Ancora nuda e gocciolante si dirige a tentoni verso la cucina e con mano tremante apre lo sportello del freezer per estrarre il ghiaccio dal contenitore e ficcarne qualche pezzo dentro la boule. Roba da film horror: la maniglia dello sportello rimane impiastrata di sangue e a questo punto io non posso non ululare. Continua a piagnucolare mentre si preme la boule sulla nuca: quando la rimuove per controllare, c’è sangue dappertutto. Sono sincero: il sangue di solito mi eccita ma questa volta mi dà soltanto delle palpitazioni che se continua così mi spezzeranno il cuore.

“Ma che idiota sono?! Mi sono spaccata la testa… come faccio a far finta di nulla ora, devo per forza andare da qualcuno per farmi ricucire, ma da chi, da chi? E dove? Quando?!” I cani e gatti della radio ora tacciono e per prima cosa sta telefonando al centro estetico delle cagnette VIP per cancellare l’appuntamento. Sta facendo tutto al rallentatore e usa un tono calmo e pacato, spiega alla tipa che al momento non è in grado di riprogrammare e che si farà risentire appena possibile. Il suo autocontrollo mi dà speranza. Forse il peggio è passato.

Ora si è asciugata e sta cercando di vestirsi facendo attenzione a tener ferma la boule sulla ferita che ora non sanguina più. Per sicurezza tiene assieme il tutto con la fascia arcobaleno del Color Run di Bucarest. Quando però finisce di infilarsi maglia pantaloni e giacca,  si accascia inerte sulla poltrona. La vedo che inspira ed espira con una lentezza estenuante: sta appuntando lo sguardo su un angolo del soffitto cercando di riprendere energie. Quando chiude gli occhi sono pronto a scommettere che si sia addormentata invece deve aver sentito il rumore dei miei pensieri e si gira a lanciarmi uno sguardo severo dei suoi: WAW, penso, la mia padrona si piega ma non si spezza! Ora lo sguardo è di nuovo vigile sullo schermo dello smartphone mentre il dito scrolla e cerca, immagino, dove andare a farsi ricucire la testa.

Mi avvicino scodinzolante nella speranza che mi dica, su Tognazzi, andiamo! Ma è una stupida illusione e tutto quello che mi fa, mentre con fatica fa scivolare i piedi negli scarponcini senza calze, è una rapida strigliata al dorso. Sono diventato trasparente, ha occhi soltanto per il suo telefono. Invece no, mi sbaglio, ora si è accorta di me e mi sta strigliando con crescente energia. Dura pochissimo però perché – DIN! – il telefono l’ha appena avvisata che l’auto è in strada.

“Torno presto, Tognazzi e ti prego, almeno tu, oggi, fa’ il bravo.” Il cuore mi batte forte forte in gola e la coda mi si muove a tergicristallo, lei nemmeno se ne accorge perché ha la testa e i pensieri tenuti insieme dal ghiaccio e dal dolore. Davvero spero che questa storia finisca presto e bene, sia perché mi fa battere il cuore troppo forte, sia perché oggi qui è la prima giornata in cui fiuto un’aria che profuma di sole.

Testo B

A metà novembre le incantevoli ragazze di Kiev attendono fiduciose l’arrivo dell’inverno. All’abito sobrio o svolazzante hanno aggiunto il dettaglio di una  sciarpa o un cappello in stile milanese: nulla del kitsch che spesso ispira le corrispettive di Bucarest. All’uscita della fermata  della metropolitana, la novità è servita: il marciapiede si è fatto bianco e ci mette pochissimo a riempirsi di impronte: scarponcini, stivali, scarpe con tacco. L’immacolato silenzio è sporcato appena dai guaiti di un cane. La scena è cambiata. In una luminosa giornata di fine inverno la neve ha invaso ormai tutti gli spazi della città. Schiere di anime mute camminano lungo percorsi obbligati e ai semafori migrano da un marciapiede all’altro. Noi due ci scambiamo sorrisi e ci teniamo stretti per mano, aspettiamo di attraversare. Ora però, proprio quando le cose si stanno mettendo bene e lui sta per dirmi qualcosa che aspetto mi dica da anni – quanti ormai? -, il guaito di un cane si fa più insistente, poi mio figlio mi tocca la spalla, “Mamma, dai, svegliati! Vieni a vedere in bagno, ci piove dal soffitto!”

Precipitata nella dura realtà di un nuovo mattino. Buongiorno, Kyiv. Sono trascorsi appena sei mesi da quando siamo arrivati con otto valige e un quadrupede che la tirannia delle cose ha già ripreso il controllo. Tutto ha covato nel cuore della notte mentre dormivamo, l’inconscio di ciascuno smarrito tra gli incastri di vecchi e nuovi vissuti, ingredienti base di ogni eterno inizio. Dopo anni di onorato lavoro, una tubazione al piano superiore ha ceduto dando il peggio di sé nel ventre della notte, perché non è vero che tutte le cose ci sopravviveranno, anche loro come noi invecchiano e a volte piuttosto male. Ancora in bilico tra due mondi, faccio per circumnavigare Tognazzi e afferrare la vestaglia ma lui  gioca d’anticipo scuotendo il pelo e zampettando lontano verso il suo angolo preferito della sala. Lo specchio dell’ingresso mi restituisce uno sguardo ottuso, gli rispondo con uno sbadiglio e mi fiondo su al terzo piano. Passano svariati secondi prima che la porta si apra. “Chiedo scusa per l’orario ma nel nostro bagno al secondo piano sta piovendo dal…” 

Quanto la giovane donna in pigiama a fiorellini abbia capito del mio inglese non è dato sapere perché la frase viene intercettata da un uomo giunto alle sue spalle. “Scendiamo a vedere!” In realtà scende soltanto lui, lei senza dire una parola scompare. Fulmineo mi segue giù con due fessure al posto degli occhi serrati su chissà quale altrove fino a un istante prima. Sulla porta non so perché ma lascio che lui mi preceda, guardingo entra e dirige lo sguardo in ogni direzione, prende nota di ogni dettaglio, compreso del bastardino che lo sta fissando con denti digrignanti e un orecchio teso. L’uomo ha capelli lisci e corvini, un corpo asciutto e muscoloso. La sua pelle diafana emerge da una canottiera immacolata tradita soltanto da una macchiolina scura al centro della schiena, dalla spalla destra una cicatrice scompare giù, convergendo proprio su quel punto. “Questa perdita non proviene dal nostro appartamento, il nostro è metà del vostro.” Come non leggervi una scheggia di antica rivendicazione sociale, ma manca il tempo di elaborare e subito aggiunge “viene dall’appartamento accanto al nostro. Saliamo a vedere se c’è qualcuno.”

Ormai è del tutto sveglio e il suo sguardo siberiano mi scandaglia con flemma militare. Presto mi ritrovo di nuovo per le scale dietro di lui, su per polverosi gradini di pietra, l’olfatto che all’alba ancora fatica a gestire gli assalti di un marciume ristagnante. All’inizio avevamo creduto che fossimo stati sfortunati noi a essere capitati in una palazzina d’epoca pre-rivoluzionaria con un’area comune tanto negletta: cablaggi aggrovigliati e fili passanti sopra ogni porta, non un uscio uguale all’altro, alcune porte feticci di privacy dei giorni sovietici ancora in tetra vilpelle nocciola con imbottitura matelassé. Ci sbagliavamo: l’arredo dei condomini con tripudio di piante grasse, marmi e ottoni che a Milano dichiara la rispettabilità se non l’esistenza della classe media, nei vecchi stabili di Kyiv non ha corrispettivi: le scale sono terra di nessuno mentre, tuttalpiù, i moderni complessi residenziali aspirano agli standard di un lusso internazionale senz’anima, da hotel a cinque stelle. A mancare qui è, da tempi immemorabili, l’animale borghese.  Corpo sociale depennato nell’era sovietica, se n’è infine persa traccia nel DNA delle persone, fin dentro la lingua parlata:  qui si è soltanto individui maschi o femmine, altro che signore e signori! Suoniamo più volte e invano il campanello. Senza nemmeno tentare di imbastire un dialogo, teniamo entrambi gli sguardi appuntati sul decrepito zerbino. Come sono densi i silenzi qui a Kiev, penso anche alla giovane donna apparsa per un attimo e subito riassorbita nel silenzio delle cose. “Nessuno in casa. Posso avvisare io l’amministratore dell’edificio, ho il numero. Una buona giornata, sa dove trovarmi.” Delusa, spettinata e con la frustrazione di un sogno spezzato, mi limito a rispondere con un sorriso, semplice quanto potente elisir in queste terre sofferenti che tanto apprezzano l’Italia e il calore degli sguardi.

Con soddisfazione scopro che giù in casa i riti d’inizio giornata si sono consumati senza intoppi nonostante l’assenza della sacerdotessa: colazioni terminate, cane portato fuori e ragazzi in attesa dell’Uber. Lui già per strada, la prua contro flusso, per arrivare in ufficio, svariati chilometri più a Est, con borsa da palestra e mela salutare. “A stasera, mamma, buona giornata!” Un bacio di commiato stampato sulla fronte dai due che ormai mi superano in altezza: prove generali di distacco, la decrescita felice ha avuto inizio. Soltanto ieri li ho sentiti sgambettare dentro, per accompagnarli poi per la manina a dare il nome a ogni cosa attorno. Ora a tutto pensa Uber e presto la casa si svuoterà e rimarremo noi e il cane.

Prendo il materassino e corro a Pilates, per una pigra come me la disciplina del corpo è importante. Quando torno la casa è immersa nel silenzio. “Tognazzi, dove sei finito?!” In sala non c’è, lo ritrovo al bagno che contempla la situazione: il soffitto ha smesso di grondare, rimangono sempre più sporadiche gocce e un’aria ristagnante di umidità. Il cane umarell mi mancava, sorrido mentre sfilo dalla tasca della giacca il cellulare e cancello in blocco i primi dodici messaggi di un gruppo whatsapp dal quale non posso uscire ancora per un po’, in ossequio a una delle stupide regole non scritte della netiquette. Ma questa è un’altra storia. Con molto più interesse clicco sull’icona di Radio24 col sornione accento romanesco di Luca Telese che subito mi arruola nel popolo dei già svegli: italiani che addentano l’alba mentre tutti gli altri dormono ancora. Piccolo bluff il mio, è soltanto l’ora di fuso avanti in cui mi capita di vivere che mi assegna a questo esercito silenzioso di italiani. C’è la prof in pensione che siccome ha il sonno leggero ha deciso di rileggersi tutta la Divina Commedia, l’agente di commercio che si mette in marcia prima dell’alba per arrivare a coprire tutto il suo territorio, il camionista che percorre lo stivale da Nord a Sud e viceversa e il pendolare che ogni giorno affida il suo destino ai treni regionali.

Sorseggio la mia tazza di tè lasciandomi cullare da un mood neorealista e malinconico: cosa mi porterà questo nuovo giorno che si va imbastendo? Fuori intanto il sole si sta dando da fare: non è pioggia quella che sta picchiettando in cortile ma tutta la neve accumulatasi nei mesi passati che va sciogliendosi in un giorno di inizio primavera. Ora però basta perché come sempre sono in ritardo: dopo la prima emergenza del mattino mi rimane appena il tempo per una doccia veloce, prima di sgambettare dal parrucchiere delle VIP, per uno dei miei studi d’ambiente, diciamo così.

Unhappy Genes

Her high-cheekboned beauty does not immunize her from feeling just as transparent as any other mate in the line. A quarter past seven and there she stands silent and haughty in this Kyiv summer afternoon light, waiting for her marshrutka. Poor people stand unnoticed on the curbs of the world, she has learnt that long ago as a five-year old would-be violinist clutching Baba’s warm hand in freezing winter afternoons, the small instrument case a carapace for her tiny shoulders.

Her frowned grey eyes sparkle into the melting sun as the yellow minibus pulls up. She gets on board, earphones on – old style ones, nothing like the wireless kind she cannot afford -, Johan Sebastian Bach keeping her company. The eight hrivnas in her hand are gently handed over to the driver who briskly fits them into his rectangular hand-made wooden box. She carefully fits her violin case into the tiny space between her seat and the bus side window. The driver steers into the traffic flow and there the usual parade comes up.

Along the avenue sidewalks Aroma Kava points pop up with their reassuring white, red & blue logo, passersby come and go in their working day pace, an overconfident Favorit billboard takes perfect care of a new building site, a stout babushka presides over her tiny flower kiosk armed with her short broom, untamed kids skim back and forth below a soviet-time tank monument embellished with withered patriotic wreaths. As always what she is more drawn to are the zupinka teeming with single men and women of different ages waiting for their yellow minibus at the end of yet another ordinary day. Bach knows better and the Goldberg Variations give these people a purpose, turn them into her heroes.

True, poor people wait a lot and equal to a silent invisible army to those who ride their fast cars across town, but a superior mathematical order oversees and regulates everybody’s lives, none excluded, each destiny enacted according to a pattern, only with shared sun coming from above and an individual light springing from somewhere inside. That light she totally lacks and it’s not her fault. She has always wondered why she cannot smile. In fact, she is definitely too young to have gone through any of the hardships her parents, grandparents and ancestors had, yet her mind seems to keep record of all the bad her folk have been exposed to in the course of time. All forms of annihilation inflicted on the skin of her nation – pogroms, the Kulaki repression, the scourge of the Holodomor, Baba Yar genocide, any other past soviet mischief – you name them – must have locked down the genes of smiling deep inside the Ukrainian blood. 

“Mom, what’s the matter here in Ukraine, why nobody ever smiles or talk cheerfully on the street?” was my son’s first question when we landed in Kyiv. 

Back to Irina. She has just lifted up her chin to stare at the brand new roof up of a glass-paneled skyscraper being raised on the opposite side of the avenue. She bets they will name it after yet another big American city, people here need very little to dream about America. Up there wind is making clouds almost as restless as her mind. Traffic jam in the rush hour, still plenty of time to indulge in her usual labyrinth of thoughts.

Unaccompanied Cello suite n.1 in G Major. Tomorrow she will be twenty. Will he be wishing her something like “buon compleanno, amore“? Alas, the coronavirus pandemic has cut any hope for her to meet him up again in the flesh any time soon. Will he remember their unspoken mutual bond? What do six months ago equal to in the mind of a young Italian artist? All the couples she has known have never seemed to survive to long distance relationships. In the course of time all of them have split up. What if Giovanni were different?

She is fighting to dispel anxiety and procrastinates the time for feeling hopeless. The thing is she is still too naive to just feel confident and rely only her physical beauty. She actually does not want to: she feels different from all the others, but how different? All she does know right now is how badly she is missing everything in him: his warm eyes, his stern voice asking delicate questions about her childhood, his elegant hands. Will he ever again be coming to welcome her at any train station in the world, will their violins ever play again in the same quintet?

She tilts down her head to check out her phone, the screen has just lightened up. One unread message from an Italian number. An urgent question is surfacing now: which – today – is the exact number of times she has been taking this marshrutka since her very first one with Baba Virochka? Bach suggests that she finds out that number out and in search for the answer she cast a glance to the outside landscape now locked into darkness. The sun has totally decamped, silhouettes of dozing passengers survive onto the marshrutka side windows. Her mirrored image looks different: haughty, on the point of turning and reflecting back the smile that has just flourished on her petal lips.

Tall and Content

Nicole Zeug, “The Tired Labrador”

Long story short, I am a middle-aged expat dog. A well-trained snow-white American Labrador. Call me a WASP dog and I take it in. At an early stage I was taught good manners, basic manners of come, sit, stay, wait, kennel, down and so forth. The idea behind that, you know the codes, you get along fine wherever you end up living. Anyways, you may already know that we Labs are calm and trainable and basically pleasant to be around and trainers can rely on our quick and analytical mindset. So here am I, your family guy, expat version.

Since my owners (or my breeder?) picked me up amid my siblings, I have lived in a number of places and been through an unending gallery of humans. As they walked me along the streets of New York, Turin, Milan, Moscow and Kyiv I have smelled life and its whims to the fullest. Dogs are no poets so I have nothing more to say and that will do.

Actually one thing: I still miss them, my siblings and my caring mom. How many times I have been on the point of believing it was one of their endearing silhouettes that was passing by on the other side of the street. I have ended up adapting, which is no complaining but sheer reckoning. I am quite easy going and respect humans. I play fetch, swim, go on a walk, or keep my owners’ feet warm. If ever, it is in ball games that I get really crazy and slightly out of control. If ever. With peers too I get along fine, I just cannot see the point in challenging any of them. I keep to myself, tall and content just like my image mirrored inside the neat elevator ascending to our share of paradise, up at the fifteenth floor. For sure, all the affable strokes I have been bestowed upon by unknown hands as I was walked here and there, satisfy my long for rewarding. If any.

Now, don’t ask me why, either my breeder or my owners named me after a human language dictionary. By now I have got used to my bookish self,  kind of an omen nomen thing, if you get what I mean. More. Fishing the sound of that exotic word amid the thousand others that gush out from my owners’ mouths gives me a sense of belonging – even of purpose, a confirmation anyway, that I belong to their daily rites, just as much as they do to mine. What else to long for, I wonder as I lay down on the soft king-size mat they bought me at that oligarchs’ pet shop back in Moscow days. 

Surely, humans seem obsessed with words, urine definitely not being an option for them to mark their territory. It is words that they rely upon to make the trick. Not only my owners – all of them. Floods of words are being exchanged by the minute, and the more they flow others with them, the more they are expected to be in control of anything. Almost. Barking is a harsh fallback to them. They have an instinct for playing with words just like we do with sticks and balls. Their apprenticeship with them, though, actually takes their whole lifetime.  Truth is, to catch up with them, all you need is to pick out a few salient words out of their unending stream of blah-blah-blah. We are straighforward and lucky, wired as we are. Take our sense of smell. I just need to take a whiff of my folks’ smell, especially of HER scent, and I am the happiest old pup on earth. 

Can we say the same for them? How can they expect to reach out to one another through all the layers of words that keep on growing on their skin? Still, that is in their blood and there is no point in criticizing. Take it or leave it. Aren’t we called their best friends? Give us a whiff of this and a whiff of that and we figure out the whole world and rarely feel that miserable, anyway. Take expat dogs: every now and then our owners are expected to  decamp and we are asked to adapt into new spots, get exposed to unsmelled scents, put up with misleading new street layouts. That’s nothing compared to their ordeal, including their taming of whole new sets of words – foreign languages they call them – and related new social skills.

Good thing is, I am only expected to understand my owners’ words, which is an endearing blend of American English and Italian. And how much do I love the sound of that latin language (am I surprising you? Not only am I acquainted with the existence of Latin but I am also rather attracted by its rich smell), the singing way she summons me for a walk, “sei pronto, WEBSTER, andiamo?”, my tail wagging from side to side,  to reach for the entrance door never takes me longer than a second. I am there, I am HERS, ready to smell the world all over again.  Long story short, no matter if you are a working dog, a service one or just an expat family guy, you end up seeing them exactly as they are, beneath their invisible coats of useless words.

One of These Things First

I could have been your pillar, could have been your door

I could have stayed beside you, could have stayed for more.

Nick Drake

“LOOK AT YOU”, I hear him saying to my head tilted to one side, “where is your boldness, where is your stamina, where is YOU?” I wish he hadn’t asked me that because I am feeling like a corpse. One glass of wine too many and here I am, unable to articulate an answer. I choose to shut my eyes and take a deep breath.  He is still sitting in front of me behind our scented candles, waiting for my reply but our conversation has turned into a burst bubble. And there IT comes to me to save me once again. Approaching mid air, soon hovering over our dining table – a totally mesmerizing object – suddenly snapping open as if dutifully obliging me.

I am a lucky woman, my imagination always coming to lift me up when needed. More, its appearance in my life has made me the artist they say I am, despite my self-sabotaging attempts. It is a bliss that smooths down things when they get matted. The first time it saved me was the summer my mom got cancer and had to go through major surgery, he had shut me out from his life – at least temporarily -, and my workroom was so full of crap, a much worse version of Sibyl’s cave. Till then I had never really trusted my imagination, always too eager to repel any of its shy assaults.

Call it a minor epiphany or just the effects of the sunlight on an Italian solitary beach, whatever, it proved to be a great experience. Fact is I longed for my share of a smile, that kind of heat that reaches deep into your bones. So it was that I saw him slowly approaching under a heavy sun rain, beaming with his red golf bag which at a closer look turned out to be a bunch of umbrellas hanging on his right shoulder.

He gently crouched down under my shade whispering: “sun is for free, smile is for free and for just ten euros this red umbrella will always shelter you – rain, lonelyness, fear – no matter what. It has magic powers and it will serve you honestly. It will also help feed my six kids back home. In Senegal I used to be a poor school teacher, here I am teaching humour to sad rich people.” Secrets of a little red umbrella and the smile that came along with it. That object colonized my imagination and then my canvases, superimposing infinite backdrops and mazes: it was a statement, IT WAS ME.

“At your age, you should know better, shouldn’t you?” He has more to suggest now and I do agree with him and I do appreciate his observation. I even feel thankful, that’s why I am paying tribute to him with my warmest available smile. In fact, since I first met him up at my hometown train station twenty-something years back, he has gained access to a number of my inner rooms. In fact, my easiness in agreeing with him is a very recent personal achievement, along with my starting to reward him with heartfelt smiles instead of the old regular set of sour or – at best – blank glances. And isn’t that just one more of those silent clicks that contributes to shape us up into updated versions of our previous selves? Or is it just growing old as a couple? Truth is that since I chose to rely on his sharpness of mind instead of blaming him for the way his messages were being conveyed, I have grown into a better self. Also, my suppling by the day does not make me miss so much the harsh girl I used to be. 

I observe him now: he is rewarding me in turn with his ernest smile. He is waiting for my next step, though, keen to detect any actual progress on my side, shrewd enough to dribble any of my narcissistic verbal diversifications, committed to coach me in the art of treasuring the day, ANY DAY. Till I can finally see it: tomorrow I will be back at my easel, ready to pick up my brush and complete this last baffling watercolour still life: a red umbrella floating over our dining table.

Muschio selvaggio

Quanti litri di sudore ancora prima di arrivare lassù? Perché se sempre meno centimetri separavano le sue dita dall’anello, ci sarebbero voluti altri mesi di lavoro prima di riuscire a piazzare la mano ancora più in alto e assestare la prima schiacciata della sua vita. Per la vocina che lo spronava a non mollare l’estasi sarebbe arrivata in un momento preciso: soltanto dopo esser rimasto appeso al ring anche se per un nanosecondo e a rischio di far venire giù tutto, quando finalmente avrebbe potuto emettere il grido bestiale battendosi i pugni sul petto, nella fetida jungla della palestra di scuola.

A sedici anni, perché no, poteva ancora nutrire qualche ragionevole speranza di aggiungere un’altra manciata di centimetri alla sua altezza definitiva a maggior gloria della sua carriera di point guard. Anche se tutto fosse stato già scritto nei geni – le lezioni di biologia lo stavano mettendo in guardia in modo secco e inequivocabile – forse, nel mezzo della grande confusione che certamente regnava nel suo patrimonio genetico, il dibattito poteva ancora ritenersi aperto. Forse tessuti ossei corroborati da una dieta iperproteica avrebbero finito per ribellarsi e disobbedire all’ordine di attenersi alla statura media paterna. Forse un aiuto gli sarebbe venuto dal passato. Più volte aveva sentito dire che, in quanto a statura, in entrambi i rami familiari i nonni si erano saputi difendere, immaginari campioni di “palla al cesto”, come Wikipedia battezzava la pallacanestro degli esordi italiani.

A rendere tutto molto più complicato, da un mese ci si era messo anche un parassita. Seicento volte più piccolo del diametro di un capello, aveva costretto non soltanto lui e la sua famiglia ma milioni di cittadini di tutto il mondo a rimanere reclusi dentro le proprie abitazioni per evitare di venirne contagiati. Un ammasso minimo di RNA, il parassita aveva dimostrato di avere doti atletiche. In un dato giorno dell’inverno appena trascorso aveva compiuto un mega salto, passando dalla carne di un pipistrello a quella di un ignaro signore cinese. Senza nemmeno sapere che cosa fosse il male, la particella infettiva aveva cominciato a moltiplicarsi diffondendosi da individuo a individuo e a distribuire morte con la stessa logica di una roulette russa.

Nei laboratori di ricerca di tutto il mondo gli scienziati avevano aperto una colossale battuta di caccia per ricostruire l’identikit del malfattore e congegnare il vaccino che l’avrebbe messo in scacco, nel frattempo però, in ospedali sempre più affollati – come quelli della sua Lombardia -, la gente continuava a cadere come birilli. Nelle immagini che inondavano la rete – dalle pagine social a quelle giornalistiche – Milano appariva ormai una città fantasma e collocare i ricordi della sua infanzia felice in quelle strade ora deprivate di qualsiasi traccia di vita, gli provocava fitte di malinconia. A distrarlo da pensieri tristi ci pensava il fidato smartphone che continuava a ricevere notifiche come se nulla fosse mai cambiato.

A volte, prima di addormentarsi, era anche arrivato a immaginare che quella non fosse una nuova realtà ma pura finzione, l’ennesima trama apocalittica proposta da Netflix nella sezione “Nuovi Arrivi”. Forse, dopo una necessaria se massiccia dose di binge watching, la sua vita sarebbe tornata a scorrere dolce e libera esattamente come prima, lui soltanto un po’ più frastornato e affamato d’aria del normale, complice di nuovo di risate con gli amici e di baci con la sua bella Masha. Forse era soltanto un brutto sogno dal quale si sarebbe risvegliato non appena la città si fosse riattivata alle prime luci del nuovo giorno. L’orologio però continuava a non dare segni di rinsavimento, spingendo l’arrivo di quella nuova alba sempre più in là. 

Giorno dopo giorno, le sue uniche certezze erano diventate tutte le privazioni che aveva dovuto sperimentare. Aveva dovuto dire addio agli allenamenti quattro volte a settimana – di cui uno con sveglia alle cinque e mezza del mattino, prima dell’inizio delle lezioni -,  al campionato e all’attesissimo torneo CEESA a Istanbul. Gli era stata cancellata anche la gita di fine anno, con inconsapevole ironia denominata Week Without Walls. Il punto era che proprio mentre stava cominciando a scoprirlo e a trovarlo molto stimolante, il mondo esterno aveva smesso di accoglierlo. Non solo: con brusca battuta d’arresto, lo invitava anche a indossare mascherina e guanti e a rispettare la debita distanza dagli altri, semmai avesse avuto la necessità di uscire di casa.

Ora tutto, proprio tutto, avveniva all’interno del perimetro del suo appartamento e ancora più spesso, dentro la sua stanza: le lezioni di scuola, le sessioni di allenamento, gli scambi col fratello, Masha e gli amici – il tutto via snapchat o attraverso i giochi alla playstation -, attività quest’ultima troppo spesso ostacolata dai suoi. E come gli mancava anche il suo Bro, che le musical chairs del caso avevano assegnato a tutt’altra scena, all’interno di una residenza universitaria lontana 3119 chilometri da Kiev. Come sarebbe stato più sopportabile se almeno avessero potuto condividere il canestrino artigianale che papà era riuscito a costruirgli in camera, al termine di una lunga e memorabile sessione di progettazione e costruzione congiunta. Si sarebbero battuti fino allo sfinimento in interminabili sessioni di fulmine o knockout, magari poi postando qualche demenziale storia su snapchat. Di certo, alla fine non si sarebbero nemmeno più accorti che invece di essere sotto il canestro della palestra si trovavano sotto un trespolo di legno tenuto stabile con quattro bottiglioni d’acqua da cinque litri. C’erano però altri momenti in cui quasi era contento che fossero così lontani l’uno dall’altro, ciascuno padrone dei propri spazi e libero di sperimentare le sfide di questa nuova solitudine a modo proprio. 

Nonostante la sua attività motoria fosse ridotta al minimo – ormai non metteva il naso fuori di casa da settimane, nemmeno per andare a buttare il pattume – e l’offerta di cibo non mancasse – cucinare era divenuto per i suoi uno degli sfoghi principali – la sua armoniosa corporatura continuava a fiorire, come era giusto che fosse in quella stagione della vita. Con regolarità usava gli attrezzi da palestra che grazie all’insistenza del fratello in casa certo non mancavano. Qualche anno addietro, quando abitavano ancora in un’altra capitale, tutta la famiglia era andata in missione da Decathlon per procedere all’acquisto di un set di pesi, un bilanciere e una panca. Chi avrebbe mai immaginato che un giorno quell’attrezzatura da palestra avrebbe contribuito in modo decisivo a tenere alto il livello delle sue endorfine ai tempi del lockdown? Quanti quesiti come questo non smettevano di scoppiettare nella sua mente e, in un certo senso, a tenergli compagnia.

Quando non era utilizzato dai suoi, Netflix era uno dei diversivi. Finita la quarta serie di Casa de Papel, la canzone Bella Ciao gli era così entrata in testa che prese in mano la chitarra del fratello e – con l’aiuto dei tutorial di YouTube – provò e riprovò, fin quando il pezzo uscì dallo strumento vittorioso. In fondo, anche se non gli permettevano di passare troppe ore alla playstation, in quello strumento made in Spain, bottino di un’altra mitica spedizione familiare in uno storico negozio di chitarre di Milano, aveva trovato un confidente sensibile e pronto a elaborare i suoi pensieri in presa diretta.

Ascoltare i propri pensieri mentre prendevano forma era una sensazione curiosa e, a essere onesto, gli infondeva un coraggio nuovo. Su consiglio del fratello si era iscritto al canale di Fedez “Muschio Selvaggio” e – tra un compito di scuola e una strimpellata alla chitarra – lasciava che la strana coppia del rapper e l’influencer Luis, gli facesse incontrare una carrellata di individui, alcuni da ascoltare fino all’ultima parola. Anche QUESTA era cultura, cara mamma, rispondeva mentalmente alla genitrice che non perdeva occasione per stalkerare lui e il fratello con l’invio di “un link interessante”. Come un disco rotto, sparava che quella pausa forzata era un’opportunità da cogliere per guardarsi un po’ dentro. Parlava LEI, così capace di concentrazione che con regolarità impressionante riusciva a smarrire lo smartphone tra le mura di casa almeno una volta al giorno.

Era comunque grato, quasi felice di trascorrere gli strani giorni del suo primo lockdown in compagnia dei suoi. Ancora un paio di anni e sarebbe toccata anche a lui, emettere il grido bestiale, pugni al petto, finalmente pronto a entrare nella fetida jungla della vita là fuori, con o senza mascherina.

Salon Krasi, grammatiche della pelle

Complice la genetica mediterranea, continuava la mia ricerca del salon krasi, salone di bellezza, in grado di ripristinare ordine sulla mia criniera. Sebbene spesso lunghi, i capelli delle donne qui a Kiev appaiono finissimi e quindi docili, gli basta un refolo per scomporsi e un istante per riallinearsi. In schiacciante minoranza la mia impalcatura leonina, una testa così poco ben fatta che un giorno sono stata sul punto di sferrare una zampata alla ragazza che continuava a girarmi intorno senza prendere una decisione. “E scegline una di queste spazzole e comincia!” Dentro sentivo il ruggito salire e stavo per piantare tutto lì, la massa di capelli ancora bagnata, non fosse stata la temperatura esterna troppo proibitiva.

Quante volte ho inviato un pensiero commosso ai miei parrucchieri coraggiosi di Milano, al Mario di corso Garibaldi o al Claudio di via Porpora. Sempre accoglienti, sorridenti e soprattutto stuzzicati dalla sfida professionale che la mia chioma rinnovava per loro ogni volta – “Questa massa farebbe la felicità di due clienti normali!” – amavano la sfida e a forza di sforbiciate ristabilivano l’armonia e soprattutto compivano l’eroica missione di farmi uscire dal negozio, mezza giornata più tardi, una donna felice, riconciliata con la propria identità femminile. Non loro soltanto: arrivo a pensare che persino “Un’idea in testa”, il piccolo salone sotto casa in città studi, dove l’anziana titolare quel pomeriggio pensò a lungo prima di accettare di farmi la piega – “ho una forte sciatalgia alla spalla destra…” -, avrebbe vinto il confronto con i pigri parrucchieri di Kiev.

Non soltanto la gestione dei capelli ma anche altre manovre quotidiane di piccolo cabotaggio come manicure, pedicure e depilazione potevano generare effimeri ma intimi turbamenti qualora non mi fossi sintonizzata sulla diversa grammatica del luogo. Prendi per esempio il manicure, perché nemmeno qui le mie aspettative erano in linea con quelle delle altre clienti, ispirate a una grammatica del desiderio lontana dalla mia. Cerco di spiegarmi. In un manuale di grammatica russa o ucraina – e questa volta le due lingue slave appaiono solidali – spicca la distinzione essenziale tra verbi perfettivi e imperfettivi, gli uni concentrati sul risultato, gli altri impegnati a descrivere un processo. Nella mia mente immaginifica il manicure e il pedicure a Kiev erano eseguiti secondo la logica di risultato dei verbi perfettivi: uscite dal salon krasi le mani dovevano esibire unghie impeccabili, laccate secondo una palette technicolor che poteva spaziare da un total black a un oro o argento, con o senza luccichii. Mi sembrava ormai evidente che il focus non cadesse mai sul processo – né sull’approfondita rimozione delle cuticole (processo qui definito con un certo grado di sopportazione “all’europea”, con svogliato impiego di acqua e applicazione di crema anticuticole), né soprattutto sulla tecnica di sterilizzazione degli arnesi impiegati. A colpi di fresa e applicazioni di gel, anche l’unghia più morsicata poteva diventare turgida e bombata. In definitiva, negli innumerevoli salon krasi che puntellavano ogni via di qualsiasi quartiere di Kiev, il desiderio ultimo condiviso rimaneva il medesimo: avere mani da principessa. Provai gratitudine verso i manuali che mi avevano svelato le radici del senso di frustrazione che mi aveva sempre accompagnata a ogni appuntamento in un salon e che soprattutto avevano dato un senso alla mia quest del centro estetico dotato di sterilizzazione in autoclave.

Lo stesso schema interpretativo potevo applicarlo anche alle altre pratiche estetiche, come per esempio alla depilazione. Anche su questo fronte si consumava una drammatica distanza culturale tra DNA autoctono e mediterraneo. E a tale proposito, mi rimane tuttora assai caro il ricordo della prassi incontrata nell’ultimo viaggio che ho potuto compiere, a Barcellona. Qui, nei centri estetici il servizio di depilazione è così tanto utilizzato che non sono richiesti appuntamenti: è sufficiente presentarsi, prendere il numero e aspettare il proprio turno: primera llegada, primera servida! Alla latitudine di Kiev la depilazione rimaneva invece una pratica a bassa intensità e ancor minor livello di standardizzazione. Era così che, in risposta alla medesima domanda di semplice ceretta, mi potevo imbattere in offerte che appartenevano ai più diversi capricci interpretativi. Ricordo due esperienze agli antipodi. In un primo centro estetico sono stata sottoposta a un trattamento lussurioso, in un altro il mio corpo ha vissuto un’esperienza metafisica. Da Kika, la cabina in cui fui sottoposta a ceretta totale consisteva nel diorama di una garçonnière. In linea con lo spirito del luogo, l’addetta non aveva perso tempo nell’indicarmi il divanetto in stile Luigi XIV su cui riporre gli indumenti, senza peraltro dispensare alcuno string di cortesia, ritenuto orpello inutile. Alla fine della seduta, la mia immagine allo specchio era stata trasformata al punto da non avere nulla da invidiare alla categoria marziana delle MILF. L’efficienza dell’addetta, l’esecuzione di gesti sapienti – dall’applicazione al successivo strappo di ciascuno dei profumati strati di cera, compreso il massaggio ricapitolativo finale – avevano quasi prodotto in me la convinzione che sì, Kika aveva fatto di me un’altra donna, almeno per una manciata di ore.

Altro salone, altre sensazioni. A pochi isolati di distanza dall’altro, nel salone di M il design era moderno e prometteva eleganza ed efficienza milanese, l’addetta che si sarebbe presa cura della mia ceretta era tuttavia un elemento spurio, con più punti di contatto con una babushka che con l’immagine della giovane professionista di settore. In effetti, deve essermi stata coetanea, che a diventare nonna qua è un attimo, basta cominciare a figliare a diciotto anni. Chignon troppo alto e make up un tanto al chilo, aveva impiegato minuti infiniti per mettermi e togliermi ogni striscia di cera, a ogni strappo riuscendo a infliggermi uno sproporzionato seppur minimo grado di sofferenza. Più che la percezione di dosi omeopatiche di dolore fisico, c’era quella di un retro pensiero impartito: “questo lusso individuale noi donne normali ce lo sogniamo”. L’estenuante lentezza con cui veniva eseguito il trattamento, prevedeva, alla fine di ogni strappo, lo spruzzo di dosi minime di un solvente a base di olio, poi distribuito con una pezza di tela bianca sulla zona di pelle trattata. Nell’interminabile sessione depilatoria trascorsa nelle mani della compagna estetista, la mia identità si era andata sempre più confondendo con quella di una statuetta di porcellana di fattura sovietica, copia identica a quelle disposte in bella mostra all’interno delle vetrine del museo di Storia dell’Ucraina, o più prosaicamente assimilabile a quelle che i venditori ambulanti di Petrivka disponevano la domenica mattina, con grande cura al centro dei loro teli distesi a terra.

“Che cos’è successo ai tuoi capelli?” chiedeva lui divertito a sera, quando rientrava dalla sua giornata di lavoro, “com’è andata la tua giornata?” preferivo rispondergli, con un misto di autocommiserazione e ironico tentativo di diversificazione periferica. Questo succedeva prima della quarantena, cioè prima che l’emergenza covid-19 facesse la sua silenziosa apparizione nelle vite di tutti noi, incurante delle grammatiche di appartenenza. Ora che la personale quest per il parrucchiere domatore e il salon krasi dotato di sterilizzazione in autoclave è stata sospesa causa forza maggiore, ogni trattamento è divenuto fai-da-te, soprattutto lo studio delle grammatiche russa e ucraina è tornato a essere meno surreale.

Il virus ci ascolta

Nella regione più ricca d’Italia la gente continua a morire come mosche. È un’ecatombe, grottesco controcanto allo slogan che tutti sotto sotto ci rendeva orgogliosi, “Italians Do It Better”. Sono i giorni della pandemia, scoppiata come una bomba a orologeria pochi mesi dopo che un virus di dimensione genomica straordinariamente grande per essere un virus a RNA, ha fatto il suo olimpionico salto dall’alito di un pipistrello alle mucose della bocca di un commerciante di carni in un mercato rionale di Wuhan, nella provincia di Hubei, in Cina. 

Nella capitale dell’Ucraina dove il caso ha assegnato me e due membri della famiglia – il partner e un figlio -, il virus circola ma per lo più in incognito, eccezion fatta per la manciata di casi prontamente – dicono le autorità – rilevati e isolati. Noi italiani espatriati ci abbiamo messo un attimo a replicare anche qui le regole stringenti entrate in vigore in terra madre settimane addietro e, già una settimana prima che a metà marzo venisse dichiarata la quarantena anche qua, eravamo arroccati nel nostro bunker domestico nel centro di Kiev, muniti di scorte alimentari, paracetamolo, Sterilium e mezzo bue nel congelatore, scherza il partner. Il sole che comincia a blandire i tetti e i cortili non ci incanta e ce ne teniamo alla larga, preferiamo non dare confidenza a questa primavera anomala che segue un’invernata ancora più anomala, dove la neve ha fatto timide apparizioni destinate a durare sempre soltanto per una manciata di ore.

In Italia il virus si sta portando via soprattutto gli anziani ma non mancano vittime di altre fasce d’età, anche giovani, e molti tra dottori e infermieri, quelli che l’italico spirito melodrammatico definisce eroi, piuttosto che semplici pubblici ufficiali che svolgono il loro dovere, distinzione fondamentale che loro stessi sottolineano quando interpellati. Vero è che combattono in prima linea e cercano di non far crollare gli argini di un sistema sanitario che si rivela sempre più vulnerabile e incapace di gestire l’emergenza. Sempre quello spirito melodrammatico ha convertito i balconi degli italiani in palcoscenici naturali dove mettere in scena coloratissime variazioni del repertorio locale e internazionale, complici i meccanismi del flashmob, espressione inglese ridondante quando applicata a noi italiani che dell’empatia e dell’esternazione pubblica – niente a che vedere con la solidarietà organizzata – siamo portatori sani in saecula saeculorum.

Il virus sembra aver attecchito proprio bene nel nostro Paese, dove sempre quello spirito da operetta ha permesso che Putin lanciasse la sfacciata operazione “Dalla Russia con amore”. Sembra che Giuseppi Conte abbia concordato il tutto nel corso di una telefonata senza ulteriori confronti ai vertici, concedendo insperati spazi a Putin, così in grado di raggiungere due obiettivi con soltanto 15 aerei militari russi e una task force di intelligence di tutto rispetto: distogliere l’attenzione dei connazionali dall’allarmante evoluzione della pandemia a casa e conquistare un avamposto al sole nel bel mezzo di un difficile parapiglia europeo. L’Italia, afflitta dall’inadeguatezza di amministratori e politici, sta divenendo sempre più terreno di competizione tra potenze, mentre ai piani bassi la gente perde il lavoro e soprattutto la speranza di essere governata da politici all’altezza della situazione.

Con una moderata ma non troppo dose di amarezza sorge il dubbio che Giuseppi e Giggino ce li siamo andati a votare proprio noi che ora sventoliamo tricolori e cantiamo a squarciagola dai terrazzi di tutto lo stivale. Andrà tutto bene? Tacere e vigilare è meglio, il virus ci ascolta.

 

Vento di Bach

Sto camminando da quasi due ore nell’acqua che a tratti giunge fino ai glutei, a tratti si riabbassa fino alle caviglie. Ascolto Bach. Uno degli infiniti modi per celebrare una domenica balneare nel cuore dell’estate. In questa porzione di costa adriatica un’umanità composita si lascia trastullare in acque inaspettatamente cristalline. Sono troppo tiepide – l’effetto  locale del riscaldamento globale – per poter procurare reale refrigerio ma mi accontento. È il brodo primordiale della mia città d’origine che si affaccia al centro del Mare Adriatico: infinite centinaia di metri di basso fondale che assegnano a ciascuno il proprio Lebensraum protetto da grossolana teoria di scogliere, posta d’ufficio a separare un “noi” da un “Lui”, il mare profondo al largo. Scogliere fatte di misera pietraia cesellata a costo zero dal lavorio quotidiano del seachange. Pochi i gabbiani che vi si attardano ma nutrita la schiera di forestieri che si avventura in fuga dall’invasiva sabbia di velluto.

Oggi l’alto mare che si estende oltre quelle pietre si è fatto vasto campo di regata, nobilitato da vele delle dimensioni più varie che incedono in elegante silenzio. La vita qui e ora mi colloca nella porzione meno attraente della costa – quella dai bassi fondali – ma intendo estrarne tutti i benefici, a cominciare dall’efficace idromassaggio e dalla compagnia del riservato Johan Sebastian Bach. Le sue geometrie armoniche mi attraversano e mi portano su, drone teleguidato e incapace di emozioni.

Le note spaziano verso l’azzurro solcato da bianche rette di aeromobili – nitide le più recenti, sbavate in via di dissolvimento le altre. Lassù, da una base spaziale della Kosmoros nel deserto kazako è asceso la notte scorsa anche un siciliano, Luca Parmitano di Paternò. Le figlie preadolescenti e la moglie americana ne attendono il rientro sulla terra. Che strano miscuglio di amore, apprensione e orgoglio per il loro caro astronauta. Ora lui sta lavorando (o forse riposa) dentro la stazione spaziale e assieme alla squadra di colleghi internazionali ci osserva. Che sorriso sexy ha “Astroluca” – così ribattezzato con irritante abuso del banale da giornalisti culi di pietra -, Luca che ha gli occhi puntati verso un futuro che ci sta venendo incontro e che noi quaggiù non vediamo, arenati in troppo bassi fondali. 

A passo lento e costante avanzo in acque primordiali e cerco di modellare arti ipertrofici. Il mio moonwalking quotidiano. Le dita suonano sulla tastiera trasparente dell’acqua: sfidano la gravità. È qui che la mente se ne fugge via dalla scatola cranica e va a riconnettersi al tutto che ogni cosa ospita – visibile e invisibile -, con totale generosità e rotonda indifferenza. Sono una mammifera che si riscalda al sole mentre il vento di Bach gonfia le vele di pensieri in poppa piena. Siamo i nostri giorni, tutte le esperienze, e non siamo tutto quello che non abbiamo potuto toccare, vivere. È una limitatezza che scandalizza, a tratti infastidisce, basta però emettere un respiro profondo e lasciarsi condurre dai silenzi di Bach per pacificarsi di nuovo e in modo definitivo. Forse.

Le cose senza di noi

E ora qui ci sei tu, davanti a me mentre mangio un poetico panino imbottito con rucola, prosciutto e scaglie di parmigiano. Un pasto dignitoso dopo giorni di lavoro cinese. Le tue nevi del Kilimangiaro. Sono scassata, smontata e appena sopravvissuta a una settimana di trambusto domestico. Le tue placide distese bianche, caro Monte Rosa, mi sorridono e tutta la stanchezza mi fai sciogliere via. Torno a sorridere. Ci fissiamo, io col mio panino e bottiglietta Panna, tu, col tuo magnetismo ancestrale, appena oltre questa vetrata dell’aeroporto Malpensa. Poi saluto lei, che a trecento chilometri più a sud vive come una conchiglia attaccata al suo scoglio. La sua voce familiare mi raggiunge sempre, onde nell’orecchio della malinconia.

Ho chiuso la nostra casa milanese per la penultima volta. La sua vecchia vita ha i giorni contati, ancora una settimana e sarà data in pasto ad avventori occasionali, gente che pagherà per dormirci comoda e farci docce calde e cucinarci qualcosa al volo, tra una visita a un museo e a una galleria d’arte. Con lucida visione la nostra quotidianità di un tempo è stata vivisezionata e dalla sua carne sono nate due unità separate che profumano di nuovo e di non luogo. Quante e soprattutto quali altre storie si accavalleranno tra le pareti alzate sopra le ceneri della cittadella domestica? Quali destini, quali lingue, quali pensieri e tribolazioni e ambizioni e promesse elettrizzanti conterranno quelle nuove stanze? Mia vecchia cara montagna, non è questa un’altra piccola vittoria delle cose senza di noi, che, con perfette regole di ingaggio, svuotano per riempire daccapo cassetti di destini altrui?

Le stanze che hanno registrato (l’avranno poi fatto davvero?) silenzi, risate, pianti e grida, hanno perso ogni eco: gusci vuoti fingeranno di servire altri abitanti. Arrivederci, Monte Rosa. Anche tu, dopo il decollo, ti farai sempre più insignificante, fino a soccombere, oltre la linea dell’orizzonte.

Squash Me Tender

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I’m feeling pretty good as of now 
I’m not so sure when I got here and how 
Sun melt in the fake smile away 
I think you know I’ll be ok 

Eels, Grace Kelly Blues

Al sabato mattino ciascuno di noi prenota un campo attorno alla stessa ora. Dopo le partite a due scatta l’invasione dell’ultimo campo ancora disponibile. Uno dopo l’altro, fino anche a otto giocatori, scorriamo lungo la parete di vetro del fondo, e subito hanno inizio i mini match a due sui tre quarti del campo. Chi perde lo scambio lascia spazio allo sfidante successivo e avanti così, finché i migliori non si assestano per lunghi divertentissimi minuti. Fra tutti sono quella che entra ed esce dal gioco nel modo più fulminante: il tempo di una battuta, di eseguire uno, due, al massimo tre scambi, e mi ritrovo incollata al vetro di fondo campo, tramortito pesce d’acquario, nella testa il solito mantra “sarai più fortunata”.

L’effetto silenzio dell’acquario qui però non si applica. Alcuni di noi sono tanto chiassosi da trasformarsi in fastidiose insidie per i concentratissimi giocatori dei campi attigui. Infine, anche per il nostro gruppo di pazzi arriva il momento di riporre le racchette. Saliamo tutti al piano superiore, appuntamento nella stanzetta di legno della sauna. Neanche qui si rinuncia a parlare ma ora tutto avviene in modo più rilassato. Addirittura, quando un volontario tra noi si alza per andare ad aggiungere acqua sulle pietre roventi, nessuno dice più nulla e ciascuno rimane a tu per tu coi propri pensieri, colto in un delicato frame del nostro limbo di mezza età, ciascuno nel tentativo di smaltire col sudore, goccia dopo goccia, il proprio carico di veleni settimanali. Quando usciamo dal cubicolo di legno, la rinascita c’è stata o non c’è stata, femmine e maschi ci fiondiamo nei rispettivi spogliatoi. Doccia fredda per le audaci e a seguire la fase che per noi donne tende a infinito, la vestizione. Il tempo dell’asciugatura capelli scorre tutt’uno con quello del chiacchiericcio scanzonato e a tratti assolutorio, segue il malinconico riassemblaggio delle parti, coronato da quello del maquillage davanti all’impietoso specchio delle nostre brame. Intanto i maschi sono già ringalluzziti e pronti al piano terra. Coi visi ossigenati e perfino paonazzi dopo la sauna, sono allegri bambini in gita che tonneggiano attorno all’alto tavolo con contorno di sgabelli Ikea, dove si allestisce il rito del mega aperitivo. Sebbene nulla abbia a che vedere con quello rotondo e mitico dei cavalieri arturiani, ne conserva minime tracce. Tonneggiano attorno rilassati e ipotizzano quantità epiche di pinte di birra da ordinare a Jessy. Ciascuno rivela un’attitudine e uno scopo:  c’è chi si intrattiene pigro sulle pagine rosa della gazzetta dello sport, chi è colto da fervore organizzativo – o forse soltanto da un attacco acuto di fame – e in un baleno dispone sul lazy susan un tripudio di patatine, olive di dimensioni e colorazioni varie, a sorpresa anche ripiene, chi concentrato estrae da confezioni sigillate mozzarelline ancora fresche di frigo. Nè mancano all’appello i grissini artigianali, perché l’immaginario gastronomico di questi quaranta-cinquantenni ricapitola un più recondito menù di desideri. Ancora una sequenza di minuti e anche l’arrivo delle compagne di gioco si materializza nell’aria: lo annunciano il cocktail delle profumazioni dei loro corpi rilassati e soprattutto la polifonia di gridolini assortiti e risate spensierate. E’ un tranquillo sabato mattina milanese e per un paio d’ore il mondo là fuori può andare avanti senza di noi.