Muschio selvaggio

Quanti litri di sudore ancora prima di arrivare lassù? Perché se sempre meno centimetri separavano le sue dita dall’anello, ci sarebbero voluti altri mesi di lavoro prima di riuscire a piazzare la mano ancora più in alto e assestare la prima schiacciata della sua vita. Per la vocina che lo spronava a non mollare l’estasi sarebbe arrivata in un momento preciso: soltanto dopo esser rimasto appeso al ring anche se per un nanosecondo e a rischio di far venire giù tutto, quando finalmente avrebbe potuto emettere il grido bestiale battendosi i pugni sul petto, nella fetida jungla della palestra di scuola.

A sedici anni, perché no, poteva ancora nutrire qualche ragionevole speranza di aggiungere un’altra manciata di centimetri alla sua altezza definitiva a maggior gloria della sua carriera di point guard. Anche se tutto fosse stato già scritto nei geni – le lezioni di biologia lo stavano mettendo in guardia in modo secco e inequivocabile – forse, nel mezzo della grande confusione che certamente regnava nel suo patrimonio genetico, il dibattito poteva ancora ritenersi aperto. Forse tessuti ossei corroborati da una dieta iperproteica avrebbero finito per ribellarsi e disobbedire all’ordine di attenersi alla statura media paterna. Forse un aiuto gli sarebbe venuto dal passato. Più volte aveva sentito dire che, in quanto a statura, in entrambi i rami familiari i nonni si erano saputi difendere, immaginari campioni di “palla al cesto”, come Wikipedia battezzava la pallacanestro degli esordi italiani.

A rendere tutto molto più complicato, da un mese ci si era messo anche un parassita. Seicento volte più piccolo del diametro di un capello, aveva costretto non soltanto lui e la sua famiglia ma milioni di cittadini di tutto il mondo a rimanere reclusi dentro le proprie abitazioni per evitare di venirne contagiati. Un ammasso minimo di RNA, il parassita aveva dimostrato di avere doti atletiche. In un dato giorno dell’inverno appena trascorso aveva compiuto un mega salto, passando dalla carne di un pipistrello a quella di un ignaro signore cinese. Senza nemmeno sapere che cosa fosse il male, la particella infettiva aveva cominciato a moltiplicarsi diffondendosi da individuo a individuo e a distribuire morte con la stessa logica di una roulette russa.

Nei laboratori di ricerca di tutto il mondo gli scienziati avevano aperto una colossale battuta di caccia per ricostruire l’identikit del malfattore e congegnare il vaccino che l’avrebbe messo in scacco, nel frattempo però, in ospedali sempre più affollati – come quelli della sua Lombardia -, la gente continuava a cadere come birilli. Nelle immagini che inondavano la rete – dalle pagine social a quelle giornalistiche – Milano appariva ormai una città fantasma e collocare i ricordi della sua infanzia felice in quelle strade ora deprivate di qualsiasi traccia di vita, gli provocava fitte di malinconia. A distrarlo da pensieri tristi ci pensava il fidato smartphone che continuava a ricevere notifiche come se nulla fosse mai cambiato.

A volte, prima di addormentarsi, era anche arrivato a immaginare che quella non fosse una nuova realtà ma pura finzione, l’ennesima trama apocalittica proposta da Netflix nella sezione “Nuovi Arrivi”. Forse, dopo una necessaria se massiccia dose di binge watching, la sua vita sarebbe tornata a scorrere dolce e libera esattamente come prima, lui soltanto un po’ più frastornato e affamato d’aria del normale, complice di nuovo di risate con gli amici e di baci con la sua bella Masha. Forse era soltanto un brutto sogno dal quale si sarebbe risvegliato non appena la città si fosse riattivata alle prime luci del nuovo giorno. L’orologio però continuava a non dare segni di rinsavimento, spingendo l’arrivo di quella nuova alba sempre più in là. 

Giorno dopo giorno, le sue uniche certezze erano diventate tutte le privazioni che aveva dovuto sperimentare. Aveva dovuto dire addio agli allenamenti quattro volte a settimana – di cui uno con sveglia alle cinque e mezza del mattino, prima dell’inizio delle lezioni -,  al campionato e all’attesissimo torneo CEESA a Istanbul. Gli era stata cancellata anche la gita di fine anno, con inconsapevole ironia denominata Week Without Walls. Il punto era che proprio mentre stava cominciando a scoprirlo e a trovarlo molto stimolante, il mondo esterno aveva smesso di accoglierlo. Non solo: con brusca battuta d’arresto, lo invitava anche a indossare mascherina e guanti e a rispettare la debita distanza dagli altri, semmai avesse avuto la necessità di uscire di casa.

Ora tutto, proprio tutto, avveniva all’interno del perimetro del suo appartamento e ancora più spesso, dentro la sua stanza: le lezioni di scuola, le sessioni di allenamento, gli scambi col fratello, Masha e gli amici – il tutto via snapchat o attraverso i giochi alla playstation -, attività quest’ultima troppo spesso ostacolata dai suoi. E come gli mancava anche il suo Bro, che le musical chairs del caso avevano assegnato a tutt’altra scena, all’interno di una residenza universitaria lontana 3119 chilometri da Kiev. Come sarebbe stato più sopportabile se almeno avessero potuto condividere il canestrino artigianale che papà era riuscito a costruirgli in camera, al termine di una lunga e memorabile sessione di progettazione e costruzione congiunta. Si sarebbero battuti fino allo sfinimento in interminabili sessioni di fulmine o knockout, magari poi postando qualche demenziale storia su snapchat. Di certo, alla fine non si sarebbero nemmeno più accorti che invece di essere sotto il canestro della palestra si trovavano sotto un trespolo di legno tenuto stabile con quattro bottiglioni d’acqua da cinque litri. C’erano però altri momenti in cui quasi era contento che fossero così lontani l’uno dall’altro, ciascuno padrone dei propri spazi e libero di sperimentare le sfide di questa nuova solitudine a modo proprio. 

Nonostante la sua attività motoria fosse ridotta al minimo – ormai non metteva il naso fuori di casa da settimane, nemmeno per andare a buttare il pattume – e l’offerta di cibo non mancasse – cucinare era divenuto per i suoi uno degli sfoghi principali – la sua armoniosa corporatura continuava a fiorire, come era giusto che fosse in quella stagione della vita. Con regolarità usava gli attrezzi da palestra che grazie all’insistenza del fratello in casa certo non mancavano. Qualche anno addietro, quando abitavano ancora in un’altra capitale, tutta la famiglia era andata in missione da Decathlon per procedere all’acquisto di un set di pesi, un bilanciere e una panca. Chi avrebbe mai immaginato che un giorno quell’attrezzatura da palestra avrebbe contribuito in modo decisivo a tenere alto il livello delle sue endorfine ai tempi del lockdown? Quanti quesiti come questo non smettevano di scoppiettare nella sua mente e, in un certo senso, a tenergli compagnia.

Quando non era utilizzato dai suoi, Netflix era uno dei diversivi. Finita la quarta serie di Casa de Papel, la canzone Bella Ciao gli era così entrata in testa che prese in mano la chitarra del fratello e – con l’aiuto dei tutorial di YouTube – provò e riprovò, fin quando il pezzo uscì dallo strumento vittorioso. In fondo, anche se non gli permettevano di passare troppe ore alla playstation, in quello strumento made in Spain, bottino di un’altra mitica spedizione familiare in uno storico negozio di chitarre di Milano, aveva trovato un confidente sensibile e pronto a elaborare i suoi pensieri in presa diretta.

Ascoltare i propri pensieri mentre prendevano forma era una sensazione curiosa e, a essere onesto, gli infondeva un coraggio nuovo. Su consiglio del fratello si era iscritto al canale di Fedez “Muschio Selvaggio” e – tra un compito di scuola e una strimpellata alla chitarra – lasciava che la strana coppia del rapper e l’influencer Luis, gli facesse incontrare una carrellata di individui, alcuni da ascoltare fino all’ultima parola. Anche QUESTA era cultura, cara mamma, rispondeva mentalmente alla genitrice che non perdeva occasione per stalkerare lui e il fratello con l’invio di “un link interessante”. Come un disco rotto, sparava che quella pausa forzata era un’opportunità da cogliere per guardarsi un po’ dentro. Parlava LEI, così capace di concentrazione che con regolarità impressionante riusciva a smarrire lo smartphone tra le mura di casa almeno una volta al giorno.

Era comunque grato, quasi felice di trascorrere gli strani giorni del suo primo lockdown in compagnia dei suoi. Ancora un paio di anni e sarebbe toccata anche a lui, emettere il grido bestiale, pugni al petto, finalmente pronto a entrare nella fetida jungla della vita là fuori, con o senza mascherina.

Salon Krasi, grammatiche della pelle

Complice la genetica mediterranea, continuava la mia ricerca del salon krasi, salone di bellezza, in grado di ripristinare ordine sulla mia criniera. Sebbene spesso lunghi, i capelli delle donne qui a Kiev appaiono finissimi e quindi docili, gli basta un refolo per scomporsi e un istante per riallinearsi. In schiacciante minoranza la mia impalcatura leonina, una testa così poco ben fatta che un giorno sono stata sul punto di sferrare una zampata alla ragazza che continuava a girarmi intorno senza prendere una decisione. “E scegline una di queste spazzole e comincia!” Dentro sentivo il ruggito salire e stavo per piantare tutto lì, la massa di capelli ancora bagnata, non fosse stata la temperatura esterna troppo proibitiva.

Quante volte ho inviato un pensiero commosso ai miei parrucchieri coraggiosi di Milano, al Mario di corso Garibaldi o al Claudio di via Porpora. Sempre accoglienti, sorridenti e soprattutto stuzzicati dalla sfida professionale che la mia chioma rinnovava per loro ogni volta – “Questa massa farebbe la felicità di due clienti normali!” – amavano la sfida e a forza di sforbiciate ristabilivano l’armonia e soprattutto compivano l’eroica missione di farmi uscire dal negozio, mezza giornata più tardi, una donna felice, riconciliata con la propria identità femminile. Non loro soltanto: arrivo a pensare che persino “Un’idea in testa”, il piccolo salone sotto casa in città studi, dove l’anziana titolare quel pomeriggio pensò a lungo prima di accettare di farmi la piega – “ho una forte sciatalgia alla spalla destra…” -, avrebbe vinto il confronto con i pigri parrucchieri di Kiev.

Non soltanto la gestione dei capelli ma anche altre manovre quotidiane di piccolo cabotaggio come manicure, pedicure e depilazione potevano generare effimeri ma intimi turbamenti qualora non mi fossi sintonizzata sulla diversa grammatica del luogo. Prendi per esempio il manicure, perché nemmeno qui le mie aspettative erano in linea con quelle delle altre clienti, ispirate a una grammatica del desiderio lontana dalla mia. Cerco di spiegarmi. In un manuale di grammatica russa o ucraina – e questa volta le due lingue slave appaiono solidali – spicca la distinzione essenziale tra verbi perfettivi e imperfettivi, gli uni concentrati sul risultato, gli altri impegnati a descrivere un processo. Nella mia mente immaginifica il manicure e il pedicure a Kiev erano eseguiti secondo la logica di risultato dei verbi perfettivi: uscite dal salon krasi le mani dovevano esibire unghie impeccabili, laccate secondo una palette technicolor che poteva spaziare da un total black a un oro o argento, con o senza luccichii. Mi sembrava ormai evidente che il focus non cadesse mai sul processo – né sull’approfondita rimozione delle cuticole (processo qui definito con un certo grado di sopportazione “all’europea”, con svogliato impiego di acqua e applicazione di crema anticuticole), né soprattutto sulla tecnica di sterilizzazione degli arnesi impiegati. A colpi di fresa e applicazioni di gel, anche l’unghia più morsicata poteva diventare turgida e bombata. In definitiva, negli innumerevoli salon krasi che puntellavano ogni via di qualsiasi quartiere di Kiev, il desiderio ultimo condiviso rimaneva il medesimo: avere mani da principessa. Provai gratitudine verso i manuali che mi avevano svelato le radici del senso di frustrazione che mi aveva sempre accompagnata a ogni appuntamento in un salon e che soprattutto avevano dato un senso alla mia quest del centro estetico dotato di sterilizzazione in autoclave.

Lo stesso schema interpretativo potevo applicarlo anche alle altre pratiche estetiche, come per esempio alla depilazione. Anche su questo fronte si consumava una drammatica distanza culturale tra DNA autoctono e mediterraneo. E a tale proposito, mi rimane tuttora assai caro il ricordo della prassi incontrata nell’ultimo viaggio che ho potuto compiere, a Barcellona. Qui, nei centri estetici il servizio di depilazione è così tanto utilizzato che non sono richiesti appuntamenti: è sufficiente presentarsi, prendere il numero e aspettare il proprio turno: primera llegada, primera servida! Alla latitudine di Kiev la depilazione rimaneva invece una pratica a bassa intensità e ancor minor livello di standardizzazione. Era così che, in risposta alla medesima domanda di semplice ceretta, mi potevo imbattere in offerte che appartenevano ai più diversi capricci interpretativi. Ricordo due esperienze agli antipodi. In un primo centro estetico sono stata sottoposta a un trattamento lussurioso, in un altro il mio corpo ha vissuto un’esperienza metafisica. Da Kika, la cabina in cui fui sottoposta a ceretta totale consisteva nel diorama di una garçonnière. In linea con lo spirito del luogo, l’addetta non aveva perso tempo nell’indicarmi il divanetto in stile Luigi XIV su cui riporre gli indumenti, senza peraltro dispensare alcuno string di cortesia, ritenuto orpello inutile. Alla fine della seduta, la mia immagine allo specchio era stata trasformata al punto da non avere nulla da invidiare alla categoria marziana delle MILF. L’efficienza dell’addetta, l’esecuzione di gesti sapienti – dall’applicazione al successivo strappo di ciascuno dei profumati strati di cera, compreso il massaggio ricapitolativo finale – avevano quasi prodotto in me la convinzione che sì, Kika aveva fatto di me un’altra donna, almeno per una manciata di ore.

Altro salone, altre sensazioni. A pochi isolati di distanza dall’altro, nel salone di M il design era moderno e prometteva eleganza ed efficienza milanese, l’addetta che si sarebbe presa cura della mia ceretta era tuttavia un elemento spurio, con più punti di contatto con una babushka che con l’immagine della giovane professionista di settore. In effetti, deve essermi stata coetanea, che a diventare nonna qua è un attimo, basta cominciare a figliare a diciotto anni. Chignon troppo alto e make up un tanto al chilo, aveva impiegato minuti infiniti per mettermi e togliermi ogni striscia di cera, a ogni strappo riuscendo a infliggermi uno sproporzionato seppur minimo grado di sofferenza. Più che la percezione di dosi omeopatiche di dolore fisico, c’era quella di un retro pensiero impartito: “questo lusso individuale noi donne normali ce lo sogniamo”. L’estenuante lentezza con cui veniva eseguito il trattamento, prevedeva, alla fine di ogni strappo, lo spruzzo di dosi minime di un solvente a base di olio, poi distribuito con una pezza di tela bianca sulla zona di pelle trattata. Nell’interminabile sessione depilatoria trascorsa nelle mani della compagna estetista, la mia identità si era andata sempre più confondendo con quella di una statuetta di porcellana di fattura sovietica, copia identica a quelle disposte in bella mostra all’interno delle vetrine del museo di Storia dell’Ucraina, o più prosaicamente assimilabile a quelle che i venditori ambulanti di Petrivka disponevano la domenica mattina, con grande cura al centro dei loro teli distesi a terra.

“Che cos’è successo ai tuoi capelli?” chiedeva lui divertito a sera, quando rientrava dalla sua giornata di lavoro, “com’è andata la tua giornata?” preferivo rispondergli, con un misto di autocommiserazione e ironico tentativo di diversificazione periferica. Questo succedeva prima della quarantena, cioè prima che l’emergenza covid-19 facesse la sua silenziosa apparizione nelle vite di tutti noi, incurante delle grammatiche di appartenenza. Ora che la personale quest per il parrucchiere domatore e il salon krasi dotato di sterilizzazione in autoclave è stata sospesa causa forza maggiore, ogni trattamento è divenuto fai-da-te, soprattutto lo studio delle grammatiche russa e ucraina è tornato a essere meno surreale.

Le cose senza di noi

E ora qui ci sei tu, davanti a me mentre mangio un poetico panino imbottito con rucola, prosciutto e scaglie di parmigiano. Un pasto dignitoso dopo giorni di lavoro cinese. Le tue nevi del Kilimangiaro. Sono scassata, smontata e appena sopravvissuta a una settimana di trambusto domestico. Le tue placide distese bianche, caro Monte Rosa, mi sorridono e tutta la stanchezza mi fai sciogliere via. Torno a sorridere. Ci fissiamo, io col mio panino e bottiglietta Panna, tu, col tuo magnetismo ancestrale, appena oltre questa vetrata dell’aeroporto Malpensa. Poi saluto lei, che a trecento chilometri più a sud vive come una conchiglia attaccata al suo scoglio. La sua voce familiare mi raggiunge sempre, onde nell’orecchio della malinconia.

Ho chiuso la nostra casa milanese per la penultima volta. La sua vecchia vita ha i giorni contati, ancora una settimana e sarà data in pasto ad avventori occasionali, gente che pagherà per dormirci comoda e farci docce calde e cucinarci qualcosa al volo, tra una visita a un museo e a una galleria d’arte. Con lucida visione la nostra quotidianità di un tempo è stata vivisezionata e dalla sua carne sono nate due unità separate che profumano di nuovo e di non luogo. Quante e soprattutto quali altre storie si accavalleranno tra le pareti alzate sopra le ceneri della cittadella domestica? Quali destini, quali lingue, quali pensieri e tribolazioni e ambizioni e promesse elettrizzanti conterranno quelle nuove stanze? Mia vecchia cara montagna, non è questa un’altra piccola vittoria delle cose senza di noi, che, con perfette regole di ingaggio, svuotano per riempire daccapo cassetti di destini altrui?

Le stanze che hanno registrato (l’avranno poi fatto davvero?) silenzi, risate, pianti e grida, hanno perso ogni eco: gusci vuoti fingeranno di servire altri abitanti. Arrivederci, Monte Rosa. Anche tu, dopo il decollo, ti farai sempre più insignificante, fino a soccombere, oltre la linea dell’orizzonte.

Squash Me Tender

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I’m feeling pretty good as of now 
I’m not so sure when I got here and how 
Sun melt in the fake smile away 
I think you know I’ll be ok 

Eels, Grace Kelly Blues

Al sabato mattino ciascuno di noi prenota un campo attorno alla stessa ora. Dopo le partite a due scatta l’invasione dell’ultimo campo ancora disponibile. Uno dopo l’altro, fino anche a otto giocatori, scorriamo lungo la parete di vetro del fondo, e subito hanno inizio i mini match a due sui tre quarti del campo. Chi perde lo scambio lascia spazio allo sfidante successivo e avanti così, finché i migliori non si assestano per lunghi divertentissimi minuti. Fra tutti sono quella che entra ed esce dal gioco nel modo più fulminante: il tempo di una battuta, di eseguire uno, due, al massimo tre scambi, e mi ritrovo incollata al vetro di fondo campo, tramortito pesce d’acquario, nella testa il solito mantra “sarai più fortunata”.

L’effetto silenzio dell’acquario qui però non si applica. Alcuni di noi sono tanto chiassosi da trasformarsi in fastidiose insidie per i concentratissimi giocatori dei campi attigui. Infine, anche per il nostro gruppo di pazzi arriva il momento di riporre le racchette. Saliamo tutti al piano superiore, appuntamento nella stanzetta di legno della sauna. Neanche qui si rinuncia a parlare ma ora tutto avviene in modo più rilassato. Addirittura, quando un volontario tra noi si alza per andare ad aggiungere acqua sulle pietre roventi, nessuno dice più nulla e ciascuno rimane a tu per tu coi propri pensieri, colto in un delicato frame del nostro limbo di mezza età, ciascuno nel tentativo di smaltire col sudore, goccia dopo goccia, il proprio carico di veleni settimanali. Quando usciamo dal cubicolo di legno, la rinascita c’è stata o non c’è stata, femmine e maschi ci fiondiamo nei rispettivi spogliatoi. Doccia fredda per le audaci e a seguire la fase che per noi donne tende a infinito, la vestizione. Il tempo dell’asciugatura capelli scorre tutt’uno con quello del chiacchiericcio scanzonato e a tratti assolutorio, segue il malinconico riassemblaggio delle parti, coronato da quello del maquillage davanti all’impietoso specchio delle nostre brame. Intanto i maschi sono già ringalluzziti e pronti al piano terra. Coi visi ossigenati e perfino paonazzi dopo la sauna, sono allegri bambini in gita che tonneggiano attorno all’alto tavolo con contorno di sgabelli Ikea, dove si allestisce il rito del mega aperitivo. Sebbene nulla abbia a che vedere con quello rotondo e mitico dei cavalieri arturiani, ne conserva minime tracce. Tonneggiano attorno rilassati e ipotizzano quantità epiche di pinte di birra da ordinare a Jessy. Ciascuno rivela un’attitudine e uno scopo:  c’è chi si intrattiene pigro sulle pagine rosa della gazzetta dello sport, chi è colto da fervore organizzativo – o forse soltanto da un attacco acuto di fame – e in un baleno dispone sul lazy susan un tripudio di patatine, olive di dimensioni e colorazioni varie, a sorpresa anche ripiene, chi concentrato estrae da confezioni sigillate mozzarelline ancora fresche di frigo. Nè mancano all’appello i grissini artigianali, perché l’immaginario gastronomico di questi quaranta-cinquantenni ricapitola un più recondito menù di desideri. Ancora una sequenza di minuti e anche l’arrivo delle compagne di gioco si materializza nell’aria: lo annunciano il cocktail delle profumazioni dei loro corpi rilassati e soprattutto la polifonia di gridolini assortiti e risate spensierate. E’ un tranquillo sabato mattina milanese e per un paio d’ore il mondo là fuori può andare avanti senza di noi.

Give the Ball a Chance

Regola n.1 Guarda la pallina, non perderla mai di vista

Quando occupi una posizione in campo dietro al tuo avversario è facile vedere ciò che sta facendo, ma quando sei tu davanti devi voltarti e seguire la traiettoria di ogni tuo colpo. Solo in questa maniera si potranno capire i colpi dell’avversario.

Perdo sempre la partita perché non seguo la pallina con lo sguardo. Tutti migliorano e salgono di varie posizioni nella lunchtime league del Polisquash eccetto me, che continuo a occupare la vischiosa parte bassa della classifica. Di qui sono passati tutti, per salir su, chi prima, chi dopo, agli onori della parte superiore della tabella e come una monella di scuola materna nella calca di un distratto pubblico adulto, li osservo lassù, maturi proprietari dei movimenti giusti, ciascuno proveniente da qualche travagliata storia personale ma infine vincente, meritevole di una forma di rispetto a cui non ho animo di ambire. Tutto questo perché non mi concentro sulla pallina e d’altronde lei non aspetta me: se ne schizza via per la sua, taglia l’aria del campo ed è capace di lasciare anche tracce dolorose, se mi trova di mezzo. Perché, mai scherzare con la pallina da squash, massimo rispetto per i suoi poteri pressoché illimitati. Eppure ci sarà un momento in cui diventeremo alleate, se non simbiotiche, e assieme sprigioneremo quel suono giusto e rotondo che acquista il colpo eseguito alla perfezione. Perché, a differenza degli altri giocatori che puntano al profitto domestico della vittoria, io mi attardo alla ricerca del movimento perfetto, rimandando l’incontro col qui e ora, nonostante la saggezza che l’età mi assegna. Intanto, nella vita come nello squash, il gioco va avanti e le regole le detta il caso, che  ti sposta a suo piacimento da una parte all’altra del ristretto quadrato di gioco. Adattamenti continui alle circostanze, imprevisti che si sommano e imprimono una direzione sempre diversa agli affanni del giorno, questo è anche il balletto impossibile dello squash, questo il motivo per cui continuo a perdere ogni singola partita, nonostante le lezioni di Duncan. Quanti i colpi sbagliati e le sconfitte accumulate nelle stagioni che passano, con Duncan che scommette una birra su ogni serie di esercizi assegnata, mezz’ora di lezione dopo mezz’ora di lezione. Cliente perfetta per questa prodigiosa canaglia sbarcata a Milano da Londra. Duncan, che ha compiuto l’impresa più memorabile della sua vita – attraversare a nuoto il Canale della Manica – il mattino in cui dall’altra parte dell’Atlantico le torri gemelle crollavano e io, ancora del tutto all’oscuro delle arti dello squash, giocavo solo a fare la mamma. Duncan, che alza la pinta di birra e brinda, “Lucia, give the ball a chance.”

Pelle d’asino

L’ombelico ormai non esiste più, la pelle del pancione è tesa al massimo. Lì sotto c’è lui che sta costruendo sè stesso, accumulando grammi di identità e nuotando le acque dense di una piscina primordiale. Gambine che scalciano o puntano senza complimenti contro parenti già troppo tolleranti. Ed è tutto vero: nulla delle immaginarie sbirciate di profilo davanti allo specchio con la pancia all’infuori per vedere come appari quando sei incinta; ora lo sei davvero e lui sta crescendo di te e presto da te uscirà per iniziare la sua corsa. Le ore più belle del giorno sono quelle trascorse a leggere , la mano spalmata sulla pancia per non perdere il contatto – starà sognando, starà giocando, terrà il pollice in bocca, riderà? Nel ripiano superiore dell’armadio c’è una grossa scatola di cartone blu dove campeggia la scritta bianca GAP. Dentro, avvolti in fogli di velina bianca, hai messo i primi costumi di scena con cui presentarlo al mondo – tutine a righe verdi, braghette di cotone blu, un cappellino bianco di lino.

Diciotto anni fa ho rischiato di perderti per sempre. Colpa di un istinto materno difettoso o di una lenta reazione al cambiamento. Quante manovre sbagliate ho accumulato prima di capire che concepire un figlio non equivale a ospitare qualcuno in un recesso del proprio corpo mentre fuori indossi il costume di sempre. No, la geografia del corpo cambia e i confini si espandono: la vecchia pelle non basta più a coprirlo tutto e in alcuni punti l’anima rimane nuda. Tu, cocciuto sin da subito, me lo hai fatto capire nel modo più spietato. 

Ho perso sangue come un animale ferito. Era la prima gravidanza e non sapevo che questo succede quando c’è una minaccia d’aborto; ho lasciato passare parecchi minuti prima di riconoscere che avevo bisogno d’aiuto. Presto è subentrato il senso di responsabilità che subito ha istruito il processo alle azioni sbagliate, trovandomi colpevole di molti reati. Avevo continuato a lavorare, prendere treni, aerei e un auto fino nel Nord della Germania. Il colpo di grazia però te l’avevo dato a Natale in montagna, quando non ho saputo dire di no a quella lunga camminata nella neve fresca alta fino alle ginocchia. Conficcavo un piede dopo l’altro nella coltre immacolata bevendo quell’aria profumata anche per te, convinta di fartene il primo grande dono di tanti altri a venire. E che a scricchiolare fossero soltanto i passi e non anche qualcosa nei caldi tessuti del ventre, il laboratorio dove il tuo essere era in costruzione.

“Ora devi stare ferma”: al telefono il tono perentorio del ginecologo ha trafitto la mia coscienza, “rimani in riposo assoluto e prendi queste pasticche ogni giorno.” Per due mesi sono rimasta acquattata a letto.

Quando ti abbiamo visto nell’ecografia, come eri già potente nella tua minuscola fragilità, al centro di una scena da cinema muto: un cuoricino pulsante in bianco e nero e in assenza di audio. Il tempo anestetizza i ricordi e per ritrovare il papà e me, giovane coppia, devo scavare più sotto: eccoci là, spettatori paralizzati di fronte al mistero di una vita che sta lottando per divenire.

Subito dopo la nascita ti hanno avvolto in una copertina termica e ti hanno sistemato su di un fasciatoio arancione. Non ricordo alcun suono né il tuo primo vagito, soltanto il modo prodigioso e malinconico in cui hai cominciato a occupare il tuo spazio nel mondo. E, il giorno successivo, il nostro primo appuntamento. 

Nell’istante in cui l’infermiera ti ha estratto dal carrello pullulante di neonati disperati, il tuo pianto è giunto dritto a me, ben staccato da tutti gli altri: la tua voce, per sempre. Con cauta incredulità ho incominciato ad attaccarti al seno e a passarti il mio pochissimo latte. Bambina che gioca alla mamma, ti ho posto al centro del letto per osservarti: dormivi placido, avvolto nella tua tutina di ciniglia azzurra. “Ora chiudo gli occhi, li riapro e avrai già diciott’anni. Come sarai? Ho fretta di conoscerti.”

La risposta ora è qui: tu e io parliamo, sei un adolescente e quando i tuoi occhi si accendono in un sorriso, è  l’ennesimo segno di vittoria. Come allora però ti vedo in bilico. Crescendo sei divenuto uno splendido asino. A scuola vai senza curarti di studiare e non ti lasci convincere dalle parole dei professori. Ti tieni a distanza da qualsiasi libro che mi ostini a proporti. Sei convinto di sapere già tutto oppure che nulla valga la pena scoprire. Ora sei tu il cantiere di te stesso, questo hai cominciato a sospettare e anche a temere. Fabbricare sogni è il mestiere di un adolescente: vuoi diventare un campione di basket ma è soltanto un sogno e tu lo sai. Chissà quali pensieri ti attraversano mentre digiti fulmineo i tasti dello smartphone, quali paure, e come non vederti ancora come quel pesciolino palpitante sospeso tra la vita e il buio anecogeno. Hai un fisico armonioso e un profilo da filosofo, sebbene forse non sai nemmeno chi fossero questi filosofi dell’antica Grecia. A volte i tuoi pensieri mi colpiscono come i calci di un asino, dolorosi ma vitali: è la tua energia interiore che cerca una via, una vocazione. O un sorriso di incoraggiamento che non so donarti.

Un mattino hai cambiato pelle e tutto è stato diverso. Hai scritto una lettera al preside e a noi genitori. Ci hai fatto sentire piccoli, meschini. Con lucidità e passione hai dato forma a pensieri covati nei giorni, negli anni. Nel modo più deciso ci hai comunicato le tue intenzioni: rinunciare al basket perché capisci di non avere sufficiente talento e impegnarti nello studio. Aggiungi anche riflessioni che farebbero la gioia di un educatore appassionato. Un giorno poi quella pelle è caduta e un’altra si è formata, poi un’altra ancora. Ti vedo correre ed è bello vederti cercare il tuo cammino. Intanto la pelle che mi ricopre non basta, qualcosa rimane sempre esposto. 

L’opposizione di Marte, pianeta rosso

Si rivedono dopo vent’anni sulla spiaggia della loro città nella sera di eclissi totale di luna, Marte in grande opposizione. “Anna! Ma non sei cambiata, sei sempre la stessa!” Lei indossa jeans strappati, una maglietta nera con un pulcino giallo dipinto a mano e un sorriso leggero. Gli va incontro lungo il camminamento di pietra mentre uno dopo l’altro cerca di far saltare i ponti dei ricordi. Con affettuoso distacco lo abbraccia.

Vorrebbe potergli dire “anche tu” ma non riesce: i suoi capelli non sono più neri, il corpo è appesantito e ha il viso stanco di chi ha dormito poco e male. Capisce anche che nemmeno ora riuscirà a chiederglielo. Se fosse stato lui il misterioso intervistatore col giubbetto chiaro quel mattino di quarant’anni prima. Sua madre non ha dubbi. “Stamattina si è presentato al cancello un ragazzo molto educato – per un sondaggio, un progetto scolastico, ha detto. L’ho lasciato entrare e abbiamo finito per parlare di famiglia, scuola e mondo giovanile. Un tipo interessante.”

A proposito di ricordi. Un pomeriggio a caso di quell’autunno. La scuola è ripresa da un mese e Anna è nuova in città. Il prato sotto la finestra è già stato inghiottito dall’ombra della casa. Finora questo è stato il luogo impregnato di luce e di suoni dove trascorrere l’infilata dei giorni estivi; ora la famiglia è lì per restare e lei è un’adolescente. Il mondo oltre il cancello non la interessa, lo osserva dalla sua camera, la finestra una grande lente. Su una vecchia cassapanca ha posto una radio che sintonizza su Radio Tre: vuole imparare ad ascoltare la musica classica che la attrae come un universo sottomarino. E’ fiduciosa, l’autodisciplina è un’antica alleata, come quando, undicenne, le ha fatto cambiare grafia per passare al più elegante stampatello inglese: della rotonda spensieratezza del corsivo non è rimasta traccia, il capitolo infanzia archiviato per sempre.

Nel nuovo liceo l’inserimento procede senza traumi. Allenata al balletto dei cambiamenti di compagni e insegnanti, confida in un elementare meccanismo di resilienza. Con paziente curiosità attende che ogni giorno depositi un altro tassello utile per elaborare nuove conoscenze e, quando complesse situazioni spuntano là fuori,  continua a tenerle sotto controllo con l’aiuto della scrittura.  E’ una pratica che le fa riempire quaderni di parole testarde. Paese. Le case sono piccole e antiche, le strade sono piccole anch’esse, passa una donna con gonna, passa un bambino che strilla disperatamente.

Ora, soprattutto, colleziona indizi. Compresi gli spostamenti di una bicicletta nera e gli sguardi fuggevoli ma non indifferenti di un tipo alto della quinta A. Sempre più spesso le sembra di vederlo ovunque: alle assemblee di scuola, per il corso, alle quattro iniziative culturali che la vita di provincia offre. La sua è una presenza costante: se ne sta in piedi in fondo alla sala, a braccia conserte e con la sciarpa al collo. Per qualche ragione spicca sugli altri: forse per la statura, forse per il caldo timbro della voce, oppure per gli occhi che brillano ironici in bilico su un sorriso.

Presto diventano amici ma per difetto di occhi verdi o azzurri, quelli che lui sistematico cerca nelle ragazze che corteggia, tali rimarranno: prova a contrario le giungerà per lettera anni dopo da oltreoceano: “forse, se non mi fossi lasciato distrarre da altri occhi azzurri, chissà che cosa avrei scoperto dietro i tuoi più schivi.” Per mesi, forse anni, continuano a scriversi mentre la quotidianità disegna i loro destini paralleli: altri occhi azzurri per lui, altro sguardo vivace per lei. Un giorno, nell’era liquida dei social, una lunga chat da una sponda all’altra dell’oceano li riconnette, poi si riperdono di vista, fin quando il caso li deposita su questa spiaggia, complici amici comuni e la fatalità di un lutto familiare per lui.

“E così voi due vi conoscevate già da tempo! E magari lei ti piaceva anche, eh?” Chiede qualcuno a cui lui ha appena elargito una generosa pacca sulla spalla. Il suo viso è nascosto nel buio, “con Anna siamo amici da sempre. Quando io frequentavo la quinta, lei era in seconda B. Il suo compleanno è il 12 aprile.” Ha sempre avuto il gusto del dettaglio. No, in fondo neanche lui è cambiato, pensa Anna. Non solo ha mantenuto la sua memoria da elefante ma anche i modi affabili del gran populista – “il nostro Che”, era solita chiamarlo, mentre lui incassava quell’epiteto con un senso di disagio che lei non aveva mai compreso fino in fondo.

La strampalata rassegna di domande e risposte che segue serve a entrambi per fare ordine nei ricordi e condensare anni di manovre esistenziali, mentre è alle memorie dei rispettivi smartphone che entrambi si affidano per illustrare il presente. Con orgoglio di marito e di padre fa scorrere qualche immagine di vita americana, quando però tocca a lei mostrare i suoi cari, lui si ritrae e sceglie l’autocommiserazione: “è inutile che me le mostri. Senza gli occhiali non vedo più nulla.”

Nessuno aggiunge altro, gli sguardi di tutti ora si appuntano al cielo, dove l’eclissi di luna si è fatta totale. Sei gradi più sotto del nostro satellite, in grande opposizione al sole, regale brilla Marte, colto nel momento di vicinanza massima al nostro pianeta. Dopo Venere e la Luna, è l’oggetto più luminoso.

Arrivederci, Professor Colombo

Gli occhi gonfi di Clara fissano senza vedere una gamba del tavolo inglese, sono sul punto di tracimare e forse per impedirlo preme due dita sulle labbra serrate. La combinazione di capelli biondo stopposo e pelle cotta dal sole la trasformano in un elemento esotico da salotto borghese, maschera tribale simile a quelle che da bambina Anna aveva contemplato con timido orrore al museo Pigorini. Anche i ragazzi hanno perso le parole. Custodi di pensieri remoti, osservano la madre turbinare da una stanza all’altra di una scenografia domestica che presto resterà senza attori. Per sempre? Anna non ha tempo di pensarci né di incoraggiare emozioni superflue, si ripromette di indulgervi in un momento più opportuno. Il fatto è che nell’ultima manciata di giorni le ore le si sono affastellate. A pochi minuti dalla partenza è ancora lì a vagliare le ultime mille questioni pendenti – scartoffie, oggetti -, compresa la gestione del cibo: quello da eliminare, da lasciare o da portar via. Difficile uscire di scena.

“E queste sacche dove le vuoi mettere? Quanto tempo ti serve ancora? Stiamo facendo tardi e soprattutto l’auto è già stracolma!” La carica di ansia che non le è stata trasmessa dalla madre del compagno, troppo devastata dalla notizia fresca fresca del decesso per complicanze post-operatorie dell’amata gatta, le giunge da lui. Infine, è il momento dei saluti.

“Ciao Papà, mi mancherai, guida piano, ti voglio tanto bene.” C’è calore più che mestizia nello sguardo del loro grande dodicenne. Come se ormai avesse mutato pelle: non più il bambino smarrito che in un’alba gelida di dicembre aveva abbracciato il padre che partiva con una grossa valigia. Allora qualcosa dentro di lui deve essersi infranto per sempre, secondo il padre, un trauma irreversibile, secondo la madre, un necessario rito di passaggio, il primo di tanti che la vita gli avrebbe riservato. Il turno di abbracciare i ragazzi arriva anche per Anna e a tutti – a eccezione di Clara – scappa un sorriso complice: questo è un momento epico per la famiglia, qualcosa che non cambierà la grande storia ma di certo il corso dei loro destini. “Siate bravi con la nonna. Lele, rispetta e aiuta sempre tuo fratello. Vedrete come passano in fretta due giorni, vi aspettiamo agli arrivi, buon volo, ragazzi!” Per monelli di nove e dodici anni, nati e cresciuti a Milano, cambiare città, scuola, amici – ma soprattutto squadra di basket – equivale a un trasferimento su Marte. Addio compagni, addio coach, addio Lambrate. I trolley che li assisteranno nel delicato passaggio, sono già predisposti in un angolo della loro stanza e basterà completarli con qualche reliquia dell’ultimo momento. All’aeroporto, dopo un abbraccio infinito e un commosso arrivederci, la laconica nonna consegnerà nipoti e bagagli all’assistente di volo.

Sette piani più sotto, la strada li attende: sono pronti per partire. È una calda e tranquilla mattina di inizio settembre, il momento giusto per migrare, a lui il volante, ad Anna la scelta del percorso – un nastro d’asfalto lungo 1860 chilometri. Un segno della croce, un Padre Nostro, un sorriso e si va.

“Arrivederci, Professor Colombo!” – la sente esclamare all’angolo di piazzale Leonardo e le lancia uno sguardo interrogativo. “Ogni mattino coi bambini salutavamo la statua mentre tagliavamo il piazzale verso la scuola.” Anna prova un dolce sollievo nel vedere che il collo del pensoso primo rettore del politecnico è stato liberato dall’hula hoop arancione che un goliarda era riuscito a lanciare fin lassù, “è stato un onore conoscerla, buona giornata, ci mancherà! Addio, Milano, Bucarest stiamo arrivando!”

A Trieste arrivano in un baleno e lì si concedono un selfie solenne. Col tempo riusciranno a decifrare i pensieri nascosti dietro quei due sorrisi. Così diversi da quelli da turisti per caso, abbronzati e ingenui, catturati nel photo boot del Meeting di Rimini l’estate precedente. La foto di oggi sembra scattata in testa a un trampolino, in bilico sull’ignoto. Sguardi simili si trovano in loro foto del passato, quando, finiti gli studi, avevano fatto il loro ingresso nella vita adulta. Con una differenza: ora sono responsabili dei destini di due bambini. Anna si volge indietro: i loro sedili sono stati abbattuti e ora c’è un’unica distesa di borse e valigie ricoperta da un lenzuolo bianco, sudario del passato e copertina per un futuro che sta per nascere. Con soddisfazione osserva che è riuscita a trovare spazio anche per la bella chitarra spagnola, forse un giorno Lele riprenderà a suonarla. No, alle spalle non si sono lasciati nulla, in anticipo di due giorni sull’arrivo dei due, soltanto per predisporre il nuovo nido.

Migranti come innumerevoli altri in questo mondo instabile, fanno parte della privilegiata schiera degli expat, che possono permettersi di lasciare la propria terra alla ricerca di una vita più piena. Anna lo sa e ne sente la responsabilità: hanno fame di nuove occasioni di crescita, nuovi paesaggi, nuovi incontri. Il lago Balaton sfila via nitido e ventoso alla loro sinistra: sono giunti a metà strada e un filo sempre più tenue li lega alla loro vita precedente.

Quando varcano il confine romeno di Arad, Anna osserva per la prima volta i grossi nidi di cicogna su dei tralicci o sui tetti delle piccole case. Una nuova stagione sta per cominciare.

Inconspicuous Mother

I can see her slim figure tilting on a spade in the early morning sun digging in the orchard. Her high-pitched “Buongiorno!” together with her encouraging smile as she watches me reaching her, definitely wakes me up. We are deep in summertime of my eighteen. She has always loved gardening but to grow her own vegetables has been a recent conquest, the glowing result of settling down after years of a gypsy life: finally able to stamp feet on her own ground, a call of her peasant DNA, maybe.

Seasons have been piling up till the five of us sons and daughters have grown adults. Then one day she realised something new. Her bones had grown too stiff to take personal care of her tender crops. She put on her reading glasses and looked up for Gino’s number. Soon that little old peasant, a peer of my dad’s from elementary school days, started to become a regular amid our tomato, cucumber and green bean plant rows.

It was in preparation of glorious Summer that she would be keeping on investing her money and all of her time. In fact, not only would the garden and the big house draw her energies, but also special care would be paid on her outer and inner selves. Reading, regular walking, visiting church next door, everything would contribute to make her fit for our arrival. In that season her offsprings and nephews would show up, with the declared intention to spend at least part of their holidays “back home”; the nest and its guardian would be indeed ready to receive them all.

The long convent table under the lodge is the altar for family rites. Along with always al dente succulent pasta, colourful appetising dishes prepared with her zucchini, tomatoes, aubergines and green beans are being served there. They are passed back and forth along the table, from hands to hands, smile to smile, most of the time.

Like any Italian mother she has articulated her own food language and by that family code she has always been able to reach those she loves. Her husband, our father, would benefit much from all that too. He would sit at the head of the table facing the church (our right-hand side neighbour), bestowing his mockingly serious bliss on the food we were on the point of sharing. That too was part of our family rites which she accepted and even longed for.

She also well tolerated his very personal gardening style. First thing, she could never tell when he would be available for help, then he would unpredictably choose his tasks, like, he would climb up the poplar tree with the excuse to prune some of its stupid branches, sometimes indulging in some clownish scene, like his screaming aloud voglio una donna! (I want a woman), just like lo Zio Teo, the crazy character in Fellini’s Amarcord. He would do it to draw the attention of our left-hand side neighbour’s bimbo wife, mainly, though, for the sheer fun of us all.

My mum would look on from a distance with her mild smile, possibly reminding herself that that was one of the reasons why she had chosen to marry him instead of the other and indeed he was an unconventional, lively, free spirit. That probably explains also why – among all other things – he loved fire and the brave act of taming it, making him a tribal priest of kind. He would dutifully assemble dry leaves, pick up any piece of paper or wooden material around, to pile all up in a corner of her orchard, to be finally and unexpectedly ignited on a whim. In fact, she did not like that at all, actually she hated it. Sharp on time, with a dramatic intonation in her voice, she would warn everybody around to shut down all windows and doors, to keep that hellish smell away from inside her house.

For thirteen years now she has been leaving alone in her three- storey house, finally able to decide when to keep doors and windows wide open at zero risk of smoke smell getting inside, windows that my still childish imagination resembles to human eyes open onto outer worlds. It was an Easter Eve. My father was supposed to bring back home ravioli for our Easter supper. Before that, he had many plans for the day, first of all an exciting transfer. Something went wrong, though, and the left wing of the ultralight plane which he had just bought somewhere North and was taking home on its inauguration flight, cracked down leaving him no escape; the sea below swallowed it along with him.

The accident made her angry rather than sorrowful. His sudden disappearance triggered in her a deep sense of frustration, as if victim of a major form of betrayal. How many years had she been patiently expecting that he, just turned elderly enough the week before, realised the moment had come for him to stop flying and start a new more mindful phase? She had always been confident that they had still time ahead to share, despite different personalities. She strongly felt she deserved it and now it was his fault that everything wound up this way.

Since then, every following summer she has been keeping her usual seat on the right corner of the long table under the lodge, while her husband’s head seat has stayed vacant, strictly if informally assigned to one of us five in turn, never ever conceded to any of our annexed partners, if not under very very special circumstances.

Indeed, something in the alchemy of her dinners had changed for good. Her cooking turned more lukewarm, less piquant and spicy. We still enjoy her flavoured pasta and rich vegetable dishes – whatever their origin -, but everything just tastes different now.

When a new summer ends, all of us visitors leave. From inside her fortress home she looks up in all possible directions, with the five of us living in scattered parallel worlds. Apparently that does not affect her much. Despite she is shortsighted and wears thick lenses all the time, she succeeds in reaching out on us wherever we are. Technology is her strategic ally: her social media accounts keep her busy and watchful.

At times she surprises us sending pictures she has just taken on her morning walk along the seaside. She never takes selfies, though. She is rather a natural reporter of minimal events, which may materialise in a seagull hovering on a sunny solitary beach, the vivid meeting up of skyline and sea along the horizon, located somewhere beyond the very point where he entered the waters, or the glimmering floating ashore of a wooden piece after undergoing artistic sea change.

She harkens sea changes also inside herself, continuously recalculating her priorities. That is what she must have done when she elaborated a new plan: enough with her orchard and home-grown veggies and ahead with a space where her youngest one could put foundations for his new family house.

Teo is the youngest of all and the only one still living in town. Their umbilical cord was formally cut forty years ago, when she was already forty-one and mother of four pre-adolescents. It was a late unplanned pregnancy, complicated with the risk of exposition to chicken pox viruses in the air of a Christmas family reunion.

Back then, prenatal diagnosis offered quite limited options and she just chose not to hear all those who wisely advised her not to venture on a too risky pregnancy, those including her partner. Defiantly and just like a patient peasant, she chose to nurture her inner soil till harvest time. I remember we spent a whole month or so separated from her within our small flat in Milano; we would communicate via a board placed the buffer zone of our long corridor. Soon her belly started to blossom. We were all thrilled.

Yet, going back to those strange days I cannot detect any sense of trauma, rather excitement and even bliss. We were elementary school kids and to catch our attention she would sketch funny drawings assigning us tasks and telling us how she/they two were doing. With hindsight, I have no idea whether such logistic measures actually prevented hideous chicken pox viruses from hitting our yet in-progress brother. I do know for sure that she taught us what resilience means: no matter what, never give up and never feel alone nor let down. Even better if you keep smiling.

Her approach proved successful: her harvest was stunning. Few months later, in a late-July full-moon night, our brother “Gift from God” made his epiphany. A new family chapter was to begin. I walked to the hospital to see him for the first time. I squeezed my nose onto the nursery glass panel to scan all the cots in search of his name, till I spotted MATTEO: there he was, so gorgeously regal, amid all other newborns. A six-grader, I kept on contemplating my brand-new brother with mixed feelings: what was looming ahead for me? Would it be just like playing dolls or, rather, a new threat and source of family extra tasks? Either ways, I suddenly realised I had become a grown-up.

“Look at this wonderful baby here! Can you believe that his mum is the very one that married the aviator?! He is such a handsome man but she is so inconspicuous!” Three women were commenting my brother’s genes just beside me.

An the trick was made: my wonder mum turned into an inconspicuous middle-aged woman. For the first time I could see her under external eyes. True, you could not define her as a stunning beauty, still she has always looked pleasant, as charming as any smiling woman wearing glasses and not pretending to stay blonde while her hair has gradually whitened… I also observe that she has always had nice-shaped legs, if not vertiginously long to make a major impact.

Admittedly, to sync the three women’s vision of her with my own magnificent one, took me a while, finally proving a punch in my stomach. Truth is that I was not vaccinated yet against local gossiping, or rather, the real world. We had never really settled down for long enough to go local. We used to live in a realm of our own, with parents its absolute monarchs. Every three years or so we would relocate somewhere else, according to my dad’s new assignments as an Air Force officer. Till that day of recognition, the quiet sea-town and its simple people had only represented a background if friendly scene in our holiday seasons. Now we were there to stay, at least for a while longer.

When the women’s comments were reported home, it actually took us very short to digest them into a family joke as the myth of the inconspicuous mother. So it was that to celebrate our new family member and dispel any past misgiving, my dad sparkled a major bonfire. Many neighbours complained that night, not she who was still in hospital breastfeeding the newcomer.




Super-Uragano

By Tom Porta

And I asked myself about the present: how wide it was, how deep it was, how much was mine to keep.

Kurt Vonnegut

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All’ampia virata verso terra ne segue un’altra che lo riallinea alla costa. L’altimetro segna cinquecento piedi, gli occhi da vecchia aquila benedicono il cielo, la terra, il mare. Il tempo. Quanti, in cinquant’anni, i passaggi su quella distesa liquida, su quella lingua di sabbia che connette alla città degli uomini e di nuovo su quell’altro mare di colline? Un tempo al comando di un jet supersonico con sedile eiettabile, equipaggiato con casco e tuta anti-G, ora in sella a un ultraleggero che consuma come un’automobile e prevede soltanto di allacciare la cintura, al paracadute mancherebbe lo spazio tempo per aprirsi. 

Pomeriggio di aprile, il sole è sul punto di scollinare, lui prende nota di tutto: segreti e limiti della nuova macchina. Laggiù, sempre più spesso, tutto è noia. Non domani che festeggeranno tutti assieme, lui, lei, i figli e i tanti nipoti (quanti ora?). A modo suo anche lui ha contribuito: ha ordinato ravioli in abbondanza e domani, dopo il pranzo rituale, porterà in volo il nipote più grande. 

Un colpo metallico interrompe la progressione di ogni pensiero: il montante di un’ala si è spezzato, l’aereo è in stallo. Lucido deve ricalcolare tutto e contemplare le circostanze oggettive in cui sta uscendo di scena: in una vigilia di Pasqua, prima di una festa grande. Inutili gli affanni, le bugie, le migliaia di chilometri percorsi per sentirsi sempre nel flusso della vita. Sente di dover chiedere perdono e sa che non sono suoi quegli occhi sbarrati, quella gola riarsa, quel filo di sudore che improvviso scende lungo la schiena. Lui è altrove. Laggiù: dove il molo finisce e il mare ha inizio. Eccoli, suo fratello e lui,  ragazzi tuffarsi in sella alle biciclette, Kira scodinzolante dietro e attorno risate, grida, spensieratezza. Futuro soprattutto. Si è fatto buio, il ritorno a casa la sera con biciclette sempre più arruginite e lei che non fa domande. Sorride. 

La stufa a carbone dell’ufficio tiene il freddo fuori dalla stanza. “Mentre godevamo una bella veduta sull’Oceano Atlantico, faticavamo a renderci conto che nelle successive 48 ore avremmo dovuto passare attraverso una delle peggiori tempeste nella storia di tutti gli osservatori”. 

Sulla spiaggia deserta il bagnino Paolo smette di rastrellare la sabbia finissima per capire cos’è stato quel secco boato sul mare: qualcosa è successo oltre gli scogli. Rapido digita il numero di emergenza con un senso di presagio che non vuole mollarlo come il cane col suo osso. Nella quiete del tramonto volteggiano e stridono i gabbiani, attratti da quell’uccello metallico passato al mondo dei pesci. Cantano la vita e la morte, fino a quando a disperderli non sopraggiunge il martellante ronzìo di due elicotteri. 

Il cielo quasi sereno lascia presto il posto alle nubi. Verso sera la nebbia oscura la sommità e congela, fino a formare uno strato di ghiaccio. I gatti dell’osservatorio si accucciano tutti intorno alla stufa, il posto più caldo.

È la retina bianca che gli fascia la mano sinistra a intenerirmi. Placebo per un dolore che altrimenti dilagherebbe. Tiene assieme parti, argina ogni minaccia di caos e ripristina l’ordine. Le belle mani di mio padre, non mi sono mai stancata di ammirarle sin da bambina. Mani abituate a indossare guanti, in alta uniforme, in tenuta da volo, in tuta da sci, in versione giardiniere od operaio, intente a potare o a raschiare antivegetativa blu dalla chiglia di uno scafo, mani sempre in movimento, affusolate e sicure, profumate ed eleganti, mani impreziosite, d’estate, da una fuga di peluria bionda che al sole brilla e profuma di salsedine, mani lavate con la meticolosità di un allegro chirurgo che si appresta alle manovre della sala operatoria: schiuma su su fino ai polsi e infine un’asciugatura sommaria sul primo pezzo di tela disponibile, mani amiche, che non hanno mai dovuto sfiorarci, perché a punirci è sempre bastata l’angolazione drammatica del sopracciglio, compreso quel lunghissimo pelo ribelle che tante donne invano hanno  cercato di estirpare. 

Generale pilota perde la vita precipitando in mare con un ultraleggero. Per un paio di giorni la notizia circola su scala nazionale,  quindi decanta in tragedia che colpisce una comunità, infine in disgrazia che si abbatte su una famiglia. La valanga di messaggi di condoglianze che ci investe – telegrammi, biglietti, vere e proprie lettere – proviene da un’umanità assortita. Sono pesci grandi, medi, piccoli: la marea umana da lui incontrata nel flusso dei giorni senza esserne mai stato travolto, più volte avendone risalito con aerodinamico sorriso le più calde correnti. Ora ciascuno ce lo restituisce a suo modo: ne emerge una figura futurista che fa vibrare l’assenza di colori e di suoni.   

“Tu sarai sempre la mia preferita!”, è la dichiarazione che solenne ci serve in tavola alla fine di un pranzo domenicale ben riuscito. “Stai scherzando, vero?”, si limita a protestare l’altra più solare e sfaccendata delle figlie. Gli occhi verdi da gatto di nostro padre scintillano, la festa prosegue. Ora quel viso è per noi irraggiungibile, fasciato in un tulle bianco che suggerisce frivolezza e levità di pas de deux. La scatola cranica ha subito un trauma tanto forte che il caos ha finito per prevalere, né l’estetista dei morti, né il pietoso fratello chirurgo – dove conduce l’abisso dell’amore fraterno? – hanno potuto porvi rimedio, “ho cercato”, ci ha detto lo zio senza riuscire ad aggiungere altro, perché quel sabato il mare ce l’ha restituito alla sua maniera. 

Alcuni scienziati rimangono svegli quella notte a controllare quel che sta accadendo. Il vento si fa più violento e alle 13 e 21, lassù su quell’osservatorio in alta quota, si registra il valore record: vento da sudest a 231 miglia orarie, 372 km/ h. Il più alto mai registrato sulla superficie terrestre. “Non c’è alcun dubbio che un super-uragano sia in pieno sviluppo”, scrive Pagliuca la mattina di giovedì 12 aprile 1934. Dura solo un giorno. Cade un po’ di neve e segue una tremenda gelata. Poi tutto finisce. 

Lo stesso giorno in cui mio padre viene alla luce in una stanza sul porto di Ancona, oltreoceano, nel New Hampshire, il diario dell’Osservatorio di Mount Washington registra lo sviluppo di un super-uragano. “Un altro maschio, Elvira, e quanto strilla!” Prima ancora di tagliare il cordone l’ostetrica lo adagia sul petto della madre. Spossata, lei accoglie su di sè quel fagotto ancora umido: a un soffio dal suo, sente quel piccolo cuore battere all’impazzata. No, non è stato cercato questo secondo figlio, ci ha pensato il caso. Avrà bisogno di tempo per abituarsi di nuovo a tutto. Due maschi. Giocheranno a calcio, andranno in bicicletta. La faranno impazzire. Sorride.