Squash Me Tender

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I’m feeling pretty good as of now 
I’m not so sure when I got here and how 
Sun melt in the fake smile away 
I think you know I’ll be ok 

Eels, Grace Kelly Blues

Al sabato mattino ciascuno di noi prenota un campo attorno alla stessa ora. Dopo le partite a due scatta l’invasione dell’ultimo campo ancora disponibile. Uno dopo l’altro, fino anche a otto giocatori, scorriamo lungo la parete di vetro del fondo, e subito hanno inizio i mini match a due sui tre quarti del campo. Chi perde lo scambio lascia spazio allo sfidante successivo e avanti così, finché i migliori non si assestano per lunghi divertentissimi minuti. Fra tutti sono quella che entra ed esce dal gioco nel modo più fulminante: il tempo di una battuta, di eseguire uno, due, al massimo tre scambi, e mi ritrovo incollata al vetro di fondo campo, tramortito pesce d’acquario, nella testa il solito mantra “sarai più fortunata”.

L’effetto silenzio dell’acquario qui però non si applica. Alcuni di noi sono tanto chiassosi da trasformarsi in fastidiose insidie per i concentratissimi giocatori dei campi attigui. Infine, anche per il nostro gruppo di pazzi arriva il momento di riporre le racchette. Saliamo tutti al piano superiore, appuntamento nella stanzetta di legno della sauna. Neanche qui si rinuncia a parlare ma ora tutto avviene in modo più rilassato. Addirittura, quando un volontario tra noi si alza per andare ad aggiungere acqua sulle pietre roventi, nessuno dice più nulla e ciascuno rimane a tu per tu coi propri pensieri, colto in un delicato frame del nostro limbo di mezza età, ciascuno nel tentativo di smaltire col sudore, goccia dopo goccia, il proprio carico di veleni settimanali. Quando usciamo dal cubicolo di legno, la rinascita c’è stata o non c’è stata, femmine e maschi ci fiondiamo nei rispettivi spogliatoi. Doccia fredda per le audaci e a seguire la fase che per noi donne tende a infinito, la vestizione. Il tempo dell’asciugatura capelli scorre tutt’uno con quello del chiacchiericcio scanzonato e a tratti assolutorio, segue il malinconico riassemblaggio delle parti, coronato da quello del maquillage davanti all’impietoso specchio delle nostre brame. Intanto i maschi sono già ringalluzziti e pronti al piano terra. Coi visi ossigenati e perfino paonazzi dopo la sauna, sono allegri bambini in gita che tonneggiano attorno all’alto tavolo con contorno di sgabelli Ikea, dove si allestisce il rito del mega aperitivo. Sebbene nulla abbia a che vedere con quello rotondo e mitico dei cavalieri arturiani, ne conserva minime tracce. Tonneggiano attorno rilassati e ipotizzano quantità epiche di pinte di birra da ordinare a Jessy. Ciascuno rivela un’attitudine e uno scopo:  c’è chi si intrattiene pigro sulle pagine rosa della gazzetta dello sport, chi è colto da fervore organizzativo – o forse soltanto da un attacco acuto di fame – e in un baleno dispone sul lazy susan un tripudio di patatine, olive di dimensioni e colorazioni varie, a sorpresa anche ripiene, chi concentrato estrae da confezioni sigillate mozzarelline ancora fresche di frigo. Nè mancano all’appello i grissini artigianali, perché l’immaginario gastronomico di questi quaranta-cinquantenni ricapitola un più recondito menù di desideri. Ancora una sequenza di minuti e anche l’arrivo delle compagne di gioco si materializza nell’aria: lo annunciano il cocktail delle profumazioni dei loro corpi rilassati e soprattutto la polifonia di gridolini assortiti e risate spensierate. E’ un tranquillo sabato mattina milanese e per un paio d’ore il mondo là fuori può andare avanti senza di noi.

Give the Ball a Chance

Regola n.1 Guarda la pallina, non perderla mai di vista

Quando occupi una posizione in campo dietro al tuo avversario è facile vedere ciò che sta facendo, ma quando sei tu davanti devi voltarti e seguire la traiettoria di ogni tuo colpo. Solo in questa maniera si potranno capire i colpi dell’avversario.

Perdo sempre la partita perché non seguo la pallina con lo sguardo. Tutti migliorano e salgono di varie posizioni nella lunchtime league del Polisquash eccetto me, che continuo a occupare la vischiosa parte bassa della classifica. Di qui sono passati tutti, per salir su, chi prima, chi dopo, agli onori della parte superiore della tabella e come una monella di scuola materna nella calca di un distratto pubblico adulto, li osservo lassù, maturi proprietari dei movimenti giusti, ciascuno proveniente da qualche travagliata storia personale ma infine vincente, meritevole di una forma di rispetto a cui non ho animo di ambire. Tutto questo perché non mi concentro sulla pallina e d’altronde lei non aspetta me: se ne schizza via per la sua, taglia l’aria del campo ed è capace di lasciare anche tracce dolorose, se mi trova di mezzo. Perché, mai scherzare con la pallina da squash, massimo rispetto per i suoi poteri pressoché illimitati. Eppure ci sarà un momento in cui diventeremo alleate, se non simbiotiche, e assieme sprigioneremo quel suono giusto e rotondo che acquista il colpo eseguito alla perfezione. Perché, a differenza degli altri giocatori che puntano al profitto domestico della vittoria, io mi attardo alla ricerca del movimento perfetto, rimandando l’incontro col qui e ora, nonostante la saggezza che l’età mi assegna. Intanto, nella vita come nello squash, il gioco va avanti e le regole le detta il caso, che  ti sposta a suo piacimento da una parte all’altra del ristretto quadrato di gioco. Adattamenti continui alle circostanze, imprevisti che si sommano e imprimono una direzione sempre diversa agli affanni del giorno, questo è anche il balletto impossibile dello squash, questo il motivo per cui continuo a perdere ogni singola partita, nonostante le lezioni di Duncan. Quanti i colpi sbagliati e le sconfitte accumulate nelle stagioni che passano, con Duncan che scommette una birra su ogni serie di esercizi assegnata, mezz’ora di lezione dopo mezz’ora di lezione. Cliente perfetta per questa prodigiosa canaglia sbarcata a Milano da Londra. Duncan, che ha compiuto l’impresa più memorabile della sua vita – attraversare a nuoto il Canale della Manica – il mattino in cui dall’altra parte dell’Atlantico le torri gemelle crollavano e io, ancora del tutto all’oscuro delle arti dello squash, giocavo solo a fare la mamma. Duncan, che alza la pinta di birra e brinda, “Lucia, give the ball a chance.”