Vento di Bach

Sto camminando da quasi due ore nell’acqua che a tratti giunge fino ai glutei, a tratti si riabbassa fino alle caviglie. Ascolto Bach. Uno degli infiniti modi per celebrare una domenica balneare nel cuore dell’estate. In questa porzione di costa adriatica un’umanità composita si lascia trastullare in acque inaspettatamente cristalline. Sono troppo tiepide – l’effetto  locale del riscaldamento globale – per poter procurare reale refrigerio ma mi accontento. È il brodo primordiale della mia città d’origine che si affaccia al centro del Mare Adriatico: infinite centinaia di metri di basso fondale che assegnano a ciascuno il proprio Lebensraum protetto da grossolana teoria di scogliere, posta d’ufficio a separare un “noi” da un “Lui”, il mare profondo al largo. Scogliere fatte di misera pietraia cesellata a costo zero dal lavorio quotidiano del seachange. Pochi i gabbiani che vi si attardano ma nutrita la schiera di forestieri che si avventura in fuga dall’invasiva sabbia di velluto.

Oggi l’alto mare che si estende oltre quelle pietre si è fatto vasto campo di regata, nobilitato da vele delle dimensioni più varie che incedono in elegante silenzio. La vita qui e ora mi colloca nella porzione meno attraente della costa – quella dai bassi fondali – ma intendo estrarne tutti i benefici, a cominciare dall’efficace idromassaggio e dalla compagnia del riservato Johan Sebastian Bach. Le sue geometrie armoniche mi attraversano e mi portano su, drone teleguidato e incapace di emozioni.

Le note spaziano verso l’azzurro solcato da bianche rette di aeromobili – nitide le più recenti, sbavate in via di dissolvimento le altre. Lassù, da una base spaziale della Kosmoros nel deserto kazako è asceso la notte scorsa anche un siciliano, Luca Parmitano di Paternò. Le figlie preadolescenti e la moglie americana ne attendono il rientro sulla terra. Che strano miscuglio di amore, apprensione e orgoglio per il loro caro astronauta. Ora lui sta lavorando (o forse riposa) dentro la stazione spaziale e assieme alla squadra di colleghi internazionali ci osserva. Che sorriso sexy ha “Astroluca” – così ribattezzato con irritante abuso del banale da giornalisti culi di pietra -, Luca che ha gli occhi puntati verso un futuro che ci sta venendo incontro e che noi quaggiù non vediamo, arenati in troppo bassi fondali. 

A passo lento e costante avanzo in acque primordiali e cerco di modellare arti ipertrofici. Il mio moonwalking quotidiano. Le dita suonano sulla tastiera trasparente dell’acqua: sfidano la gravità. È qui che la mente se ne fugge via dalla scatola cranica e va a riconnettersi al tutto che ogni cosa ospita – visibile e invisibile -, con totale generosità e rotonda indifferenza. Sono una mammifera che si riscalda al sole mentre il vento di Bach gonfia le vele di pensieri in poppa piena. Siamo i nostri giorni, tutte le esperienze, e non siamo tutto quello che non abbiamo potuto toccare, vivere. È una limitatezza che scandalizza, a tratti infastidisce, basta però emettere un respiro profondo e lasciarsi condurre dai silenzi di Bach per pacificarsi di nuovo e in modo definitivo. Forse.