Salon Krasi, grammatiche della pelle

Complice la genetica mediterranea, continuava la mia ricerca del salon krasi, salone di bellezza, in grado di ripristinare ordine sulla mia criniera. Sebbene spesso lunghi, i capelli delle donne qui a Kiev appaiono finissimi e quindi docili, gli basta un refolo per scomporsi e un istante per riallinearsi. In schiacciante minoranza la mia impalcatura leonina, una testa così poco ben fatta che un giorno sono stata sul punto di sferrare una zampata alla ragazza che continuava a girarmi intorno senza prendere una decisione. “E scegline una di queste spazzole e comincia!” Dentro sentivo il ruggito salire e stavo per piantare tutto lì, la massa di capelli ancora bagnata, non fosse stata la temperatura esterna troppo proibitiva.

Quante volte ho inviato un pensiero commosso ai miei parrucchieri coraggiosi di Milano, al Mario di corso Garibaldi o al Claudio di via Porpora. Sempre accoglienti, sorridenti e soprattutto stuzzicati dalla sfida professionale che la mia chioma rinnovava per loro ogni volta – “Questa massa farebbe la felicità di due clienti normali!” – amavano la sfida e a forza di sforbiciate ristabilivano l’armonia e soprattutto compivano l’eroica missione di farmi uscire dal negozio, mezza giornata più tardi, una donna felice, riconciliata con la propria identità femminile. Non loro soltanto: arrivo a pensare che persino “Un’idea in testa”, il piccolo salone sotto casa in città studi, dove l’anziana titolare quel pomeriggio pensò a lungo prima di accettare di farmi la piega – “ho una forte sciatalgia alla spalla destra…” -, avrebbe vinto il confronto con i pigri parrucchieri di Kiev.

Non soltanto la gestione dei capelli ma anche altre manovre quotidiane di piccolo cabotaggio come manicure, pedicure e depilazione potevano generare effimeri ma intimi turbamenti qualora non mi fossi sintonizzata sulla diversa grammatica del luogo. Prendi per esempio il manicure, perché nemmeno qui le mie aspettative erano in linea con quelle delle altre clienti, ispirate a una grammatica del desiderio lontana dalla mia. Cerco di spiegarmi. In un manuale di grammatica russa o ucraina – e questa volta le due lingue slave appaiono solidali – spicca la distinzione essenziale tra verbi perfettivi e imperfettivi, gli uni concentrati sul risultato, gli altri impegnati a descrivere un processo. Nella mia mente immaginifica il manicure e il pedicure a Kiev erano eseguiti secondo la logica di risultato dei verbi perfettivi: uscite dal salon krasi le mani dovevano esibire unghie impeccabili, laccate secondo una palette technicolor che poteva spaziare da un total black a un oro o argento, con o senza luccichii. Mi sembrava ormai evidente che il focus non cadesse mai sul processo – né sull’approfondita rimozione delle cuticole (processo qui definito con un certo grado di sopportazione “all’europea”, con svogliato impiego di acqua e applicazione di crema anticuticole), né soprattutto sulla tecnica di sterilizzazione degli arnesi impiegati. A colpi di fresa e applicazioni di gel, anche l’unghia più morsicata poteva diventare turgida e bombata. In definitiva, negli innumerevoli salon krasi che puntellavano ogni via di qualsiasi quartiere di Kiev, il desiderio ultimo condiviso rimaneva il medesimo: avere mani da principessa. Provai gratitudine verso i manuali che mi avevano svelato le radici del senso di frustrazione che mi aveva sempre accompagnata a ogni appuntamento in un salon e che soprattutto avevano dato un senso alla mia quest del centro estetico dotato di sterilizzazione in autoclave.

Lo stesso schema interpretativo potevo applicarlo anche alle altre pratiche estetiche, come per esempio alla depilazione. Anche su questo fronte si consumava una drammatica distanza culturale tra DNA autoctono e mediterraneo. E a tale proposito, mi rimane tuttora assai caro il ricordo della prassi incontrata nell’ultimo viaggio che ho potuto compiere, a Barcellona. Qui, nei centri estetici il servizio di depilazione è così tanto utilizzato che non sono richiesti appuntamenti: è sufficiente presentarsi, prendere il numero e aspettare il proprio turno: primera llegada, primera servida! Alla latitudine di Kiev la depilazione rimaneva invece una pratica a bassa intensità e ancor minor livello di standardizzazione. Era così che, in risposta alla medesima domanda di semplice ceretta, mi potevo imbattere in offerte che appartenevano ai più diversi capricci interpretativi. Ricordo due esperienze agli antipodi. In un primo centro estetico sono stata sottoposta a un trattamento lussurioso, in un altro il mio corpo ha vissuto un’esperienza metafisica. Da Kika, la cabina in cui fui sottoposta a ceretta totale consisteva nel diorama di una garçonnière. In linea con lo spirito del luogo, l’addetta non aveva perso tempo nell’indicarmi il divanetto in stile Luigi XIV su cui riporre gli indumenti, senza peraltro dispensare alcuno string di cortesia, ritenuto orpello inutile. Alla fine della seduta, la mia immagine allo specchio era stata trasformata al punto da non avere nulla da invidiare alla categoria marziana delle MILF. L’efficienza dell’addetta, l’esecuzione di gesti sapienti – dall’applicazione al successivo strappo di ciascuno dei profumati strati di cera, compreso il massaggio ricapitolativo finale – avevano quasi prodotto in me la convinzione che sì, Kika aveva fatto di me un’altra donna, almeno per una manciata di ore.

Altro salone, altre sensazioni. A pochi isolati di distanza dall’altro, nel salone di M il design era moderno e prometteva eleganza ed efficienza milanese, l’addetta che si sarebbe presa cura della mia ceretta era tuttavia un elemento spurio, con più punti di contatto con una babushka che con l’immagine della giovane professionista di settore. In effetti, deve essermi stata coetanea, che a diventare nonna qua è un attimo, basta cominciare a figliare a diciotto anni. Chignon troppo alto e make up un tanto al chilo, aveva impiegato minuti infiniti per mettermi e togliermi ogni striscia di cera, a ogni strappo riuscendo a infliggermi uno sproporzionato seppur minimo grado di sofferenza. Più che la percezione di dosi omeopatiche di dolore fisico, c’era quella di un retro pensiero impartito: “questo lusso individuale noi donne normali ce lo sogniamo”. L’estenuante lentezza con cui veniva eseguito il trattamento, prevedeva, alla fine di ogni strappo, lo spruzzo di dosi minime di un solvente a base di olio, poi distribuito con una pezza di tela bianca sulla zona di pelle trattata. Nell’interminabile sessione depilatoria trascorsa nelle mani della compagna estetista, la mia identità si era andata sempre più confondendo con quella di una statuetta di porcellana di fattura sovietica, copia identica a quelle disposte in bella mostra all’interno delle vetrine del museo di Storia dell’Ucraina, o più prosaicamente assimilabile a quelle che i venditori ambulanti di Petrivka disponevano la domenica mattina, con grande cura al centro dei loro teli distesi a terra.

“Che cos’è successo ai tuoi capelli?” chiedeva lui divertito a sera, quando rientrava dalla sua giornata di lavoro, “com’è andata la tua giornata?” preferivo rispondergli, con un misto di autocommiserazione e ironico tentativo di diversificazione periferica. Questo succedeva prima della quarantena, cioè prima che l’emergenza covid-19 facesse la sua silenziosa apparizione nelle vite di tutti noi, incurante delle grammatiche di appartenenza. Ora che la personale quest per il parrucchiere domatore e il salon krasi dotato di sterilizzazione in autoclave è stata sospesa causa forza maggiore, ogni trattamento è divenuto fai-da-te, soprattutto lo studio delle grammatiche russa e ucraina è tornato a essere meno surreale.