Il virus ci ascolta

Nella regione più ricca d’Italia la gente continua a morire come mosche. È un’ecatombe, grottesco controcanto allo slogan che tutti sotto sotto ci rendeva orgogliosi, “Italians Do It Better”. Sono i giorni della pandemia, scoppiata come una bomba a orologeria pochi mesi dopo che un virus di dimensione genomica straordinariamente grande per essere un virus a RNA, ha fatto il suo olimpionico salto dall’alito di un pipistrello alle mucose della bocca di un commerciante di carni in un mercato rionale di Wuhan, nella provincia di Hubei, in Cina. 

Nella capitale dell’Ucraina dove il caso ha assegnato me e due membri della famiglia – il partner e un figlio -, il virus circola ma per lo più in incognito, eccezion fatta per la manciata di casi prontamente – dicono le autorità – rilevati e isolati. Noi italiani espatriati ci abbiamo messo un attimo a replicare anche qui le regole stringenti entrate in vigore in terra madre settimane addietro e, già una settimana prima che a metà marzo venisse dichiarata la quarantena anche qua, eravamo arroccati nel nostro bunker domestico nel centro di Kiev, muniti di scorte alimentari, paracetamolo, Sterilium e mezzo bue nel congelatore, scherza il partner. Il sole che comincia a blandire i tetti e i cortili non ci incanta e ce ne teniamo alla larga, preferiamo non dare confidenza a questa primavera anomala che segue un’invernata ancora più anomala, dove la neve ha fatto timide apparizioni destinate a durare sempre soltanto per una manciata di ore.

In Italia il virus si sta portando via soprattutto gli anziani ma non mancano vittime di altre fasce d’età, anche giovani, e molti tra dottori e infermieri, quelli che l’italico spirito melodrammatico definisce eroi, piuttosto che semplici pubblici ufficiali che svolgono il loro dovere, distinzione fondamentale che loro stessi sottolineano quando interpellati. Vero è che combattono in prima linea e cercano di non far crollare gli argini di un sistema sanitario che si rivela sempre più vulnerabile e incapace di gestire l’emergenza. Sempre quello spirito melodrammatico ha convertito i balconi degli italiani in palcoscenici naturali dove mettere in scena coloratissime variazioni del repertorio locale e internazionale, complici i meccanismi del flashmob, espressione inglese ridondante quando applicata a noi italiani che dell’empatia e dell’esternazione pubblica – niente a che vedere con la solidarietà organizzata – siamo portatori sani in saecula saeculorum.

Il virus sembra aver attecchito proprio bene nel nostro Paese, dove sempre quello spirito da operetta ha permesso che Putin lanciasse la sfacciata operazione “Dalla Russia con amore”. Sembra che Giuseppi Conte abbia concordato il tutto nel corso di una telefonata senza ulteriori confronti ai vertici, concedendo insperati spazi a Putin, così in grado di raggiungere due obiettivi con soltanto 15 aerei militari russi e una task force di intelligence di tutto rispetto: distogliere l’attenzione dei connazionali dall’allarmante evoluzione della pandemia a casa e conquistare un avamposto al sole nel bel mezzo di un difficile parapiglia europeo. L’Italia, afflitta dall’inadeguatezza di amministratori e politici, sta divenendo sempre più terreno di competizione tra potenze, mentre ai piani bassi la gente perde il lavoro e soprattutto la speranza di essere governata da politici all’altezza della situazione.

Con una moderata ma non troppo dose di amarezza sorge il dubbio che Giuseppi e Giggino ce li siamo andati a votare proprio noi che ora sventoliamo tricolori e cantiamo a squarciagola dai terrazzi di tutto lo stivale. Andrà tutto bene? Tacere e vigilare è meglio, il virus ci ascolta.