One of These Things First

I could have been your pillar, could have been your door

I could have stayed beside you, could have stayed for more.

Nick Drake

“LOOK AT YOU”, I hear him saying to my head tilted to one side, “where is your boldness, where is your stamina, where is YOU?” I wish he hadn’t asked me that because I am feeling like a corpse. One glass of wine too many and here I am, unable to articulate an answer. I choose to shut my eyes and take a deep breath.  He is still sitting in front of me behind our scented candles, waiting for my reply but our conversation has turned into a burst bubble. And there IT comes to me to save me once again. Approaching mid air, soon hovering over our dining table – a totally mesmerizing object – suddenly snapping open as if dutifully obliging me.

I am a lucky woman, my imagination always coming to lift me up when needed. More, its appearance in my life has made me the artist they say I am, despite my self-sabotaging attempts. It is a bliss that smooths down things when they get matted. The first time it saved me was the summer my mom got cancer and had to go through major surgery, he had shut me out from his life – at least temporarily -, and my workroom was so full of crap, a much worse version of Sibyl’s cave. Till then I had never really trusted my imagination, always too eager to repel any of its shy assaults.

Call it a minor epiphany or just the effects of the sunlight on an Italian solitary beach, whatever, it proved to be a great experience. Fact is I longed for my share of a smile, that kind of heat that reaches deep into your bones. So it was that I saw him slowly approaching under a heavy sun rain, beaming with his red golf bag which at a closer look turned out to be a bunch of umbrellas hanging on his right shoulder.

He gently crouched down under my shade whispering: “sun is for free, smile is for free and for just ten euros this red umbrella will always shelter you – rain, lonelyness, fear – no matter what. It has magic powers and it will serve you honestly. It will also help feed my six kids back home. In Senegal I used to be a poor school teacher, here I am teaching humour to sad rich people.” Secrets of a little red umbrella and the smile that came along with it. That object colonized my imagination and then my canvases, superimposing infinite backdrops and mazes: it was a statement, IT WAS ME.

“At your age, you should know better, shouldn’t you?” He has more to suggest now and I do agree with him and I do appreciate his observation. I even feel thankful, that’s why I am paying tribute to him with my warmest available smile. In fact, since I first met him up at my hometown train station twenty-something years back, he has gained access to a number of my inner rooms. In fact, my easiness in agreeing with him is a very recent personal achievement, along with my starting to reward him with heartfelt smiles instead of the old regular set of sour or – at best – blank glances. And isn’t that just one more of those silent clicks that contributes to shape us up into updated versions of our previous selves? Or is it just growing old as a couple? Truth is that since I chose to rely on his sharpness of mind instead of blaming him for the way his messages were being conveyed, I have grown into a better self. Also, my suppling by the day does not make me miss so much the harsh girl I used to be. 

I observe him now: he is rewarding me in turn with his ernest smile. He is waiting for my next step, though, keen to detect any actual progress on my side, shrewd enough to dribble any of my narcissistic verbal diversifications, committed to coach me in the art of treasuring the day, ANY DAY. Till I can finally see it: tomorrow I will be back at my easel, ready to pick up my brush and complete this last baffling watercolour still life: a red umbrella floating over our dining table.

Muschio selvaggio

Quanti litri di sudore ancora prima di arrivare lassù? Perché se sempre meno centimetri separavano le sue dita dall’anello, ci sarebbero voluti altri mesi di lavoro prima di riuscire a piazzare la mano ancora più in alto e assestare la prima schiacciata della sua vita. Per la vocina che lo spronava a non mollare l’estasi sarebbe arrivata in un momento preciso: soltanto dopo esser rimasto appeso al ring anche se per un nanosecondo e a rischio di far venire giù tutto, quando finalmente avrebbe potuto emettere il grido bestiale battendosi i pugni sul petto, nella fetida jungla della palestra di scuola.

A sedici anni, perché no, poteva ancora nutrire qualche ragionevole speranza di aggiungere un’altra manciata di centimetri alla sua altezza definitiva a maggior gloria della sua carriera di point guard. Anche se tutto fosse stato già scritto nei geni – le lezioni di biologia lo stavano mettendo in guardia in modo secco e inequivocabile – forse, nel mezzo della grande confusione che certamente regnava nel suo patrimonio genetico, il dibattito poteva ancora ritenersi aperto. Forse tessuti ossei corroborati da una dieta iperproteica avrebbero finito per ribellarsi e disobbedire all’ordine di attenersi alla statura media paterna. Forse un aiuto gli sarebbe venuto dal passato. Più volte aveva sentito dire che, in quanto a statura, in entrambi i rami familiari i nonni si erano saputi difendere, immaginari campioni di “palla al cesto”, come Wikipedia battezzava la pallacanestro degli esordi italiani.

A rendere tutto molto più complicato, da un mese ci si era messo anche un parassita. Seicento volte più piccolo del diametro di un capello, aveva costretto non soltanto lui e la sua famiglia ma milioni di cittadini di tutto il mondo a rimanere reclusi dentro le proprie abitazioni per evitare di venirne contagiati. Un ammasso minimo di RNA, il parassita aveva dimostrato di avere doti atletiche. In un dato giorno dell’inverno appena trascorso aveva compiuto un mega salto, passando dalla carne di un pipistrello a quella di un ignaro signore cinese. Senza nemmeno sapere che cosa fosse il male, la particella infettiva aveva cominciato a moltiplicarsi diffondendosi da individuo a individuo e a distribuire morte con la stessa logica di una roulette russa.

Nei laboratori di ricerca di tutto il mondo gli scienziati avevano aperto una colossale battuta di caccia per ricostruire l’identikit del malfattore e congegnare il vaccino che l’avrebbe messo in scacco, nel frattempo però, in ospedali sempre più affollati – come quelli della sua Lombardia -, la gente continuava a cadere come birilli. Nelle immagini che inondavano la rete – dalle pagine social a quelle giornalistiche – Milano appariva ormai una città fantasma e collocare i ricordi della sua infanzia felice in quelle strade ora deprivate di qualsiasi traccia di vita, gli provocava fitte di malinconia. A distrarlo da pensieri tristi ci pensava il fidato smartphone che continuava a ricevere notifiche come se nulla fosse mai cambiato.

A volte, prima di addormentarsi, era anche arrivato a immaginare che quella non fosse una nuova realtà ma pura finzione, l’ennesima trama apocalittica proposta da Netflix nella sezione “Nuovi Arrivi”. Forse, dopo una necessaria se massiccia dose di binge watching, la sua vita sarebbe tornata a scorrere dolce e libera esattamente come prima, lui soltanto un po’ più frastornato e affamato d’aria del normale, complice di nuovo di risate con gli amici e di baci con la sua bella Masha. Forse era soltanto un brutto sogno dal quale si sarebbe risvegliato non appena la città si fosse riattivata alle prime luci del nuovo giorno. L’orologio però continuava a non dare segni di rinsavimento, spingendo l’arrivo di quella nuova alba sempre più in là. 

Giorno dopo giorno, le sue uniche certezze erano diventate tutte le privazioni che aveva dovuto sperimentare. Aveva dovuto dire addio agli allenamenti quattro volte a settimana – di cui uno con sveglia alle cinque e mezza del mattino, prima dell’inizio delle lezioni -,  al campionato e all’attesissimo torneo CEESA a Istanbul. Gli era stata cancellata anche la gita di fine anno, con inconsapevole ironia denominata Week Without Walls. Il punto era che proprio mentre stava cominciando a scoprirlo e a trovarlo molto stimolante, il mondo esterno aveva smesso di accoglierlo. Non solo: con brusca battuta d’arresto, lo invitava anche a indossare mascherina e guanti e a rispettare la debita distanza dagli altri, semmai avesse avuto la necessità di uscire di casa.

Ora tutto, proprio tutto, avveniva all’interno del perimetro del suo appartamento e ancora più spesso, dentro la sua stanza: le lezioni di scuola, le sessioni di allenamento, gli scambi col fratello, Masha e gli amici – il tutto via snapchat o attraverso i giochi alla playstation -, attività quest’ultima troppo spesso ostacolata dai suoi. E come gli mancava anche il suo Bro, che le musical chairs del caso avevano assegnato a tutt’altra scena, all’interno di una residenza universitaria lontana 3119 chilometri da Kiev. Come sarebbe stato più sopportabile se almeno avessero potuto condividere il canestrino artigianale che papà era riuscito a costruirgli in camera, al termine di una lunga e memorabile sessione di progettazione e costruzione congiunta. Si sarebbero battuti fino allo sfinimento in interminabili sessioni di fulmine o knockout, magari poi postando qualche demenziale storia su snapchat. Di certo, alla fine non si sarebbero nemmeno più accorti che invece di essere sotto il canestro della palestra si trovavano sotto un trespolo di legno tenuto stabile con quattro bottiglioni d’acqua da cinque litri. C’erano però altri momenti in cui quasi era contento che fossero così lontani l’uno dall’altro, ciascuno padrone dei propri spazi e libero di sperimentare le sfide di questa nuova solitudine a modo proprio. 

Nonostante la sua attività motoria fosse ridotta al minimo – ormai non metteva il naso fuori di casa da settimane, nemmeno per andare a buttare il pattume – e l’offerta di cibo non mancasse – cucinare era divenuto per i suoi uno degli sfoghi principali – la sua armoniosa corporatura continuava a fiorire, come era giusto che fosse in quella stagione della vita. Con regolarità usava gli attrezzi da palestra che grazie all’insistenza del fratello in casa certo non mancavano. Qualche anno addietro, quando abitavano ancora in un’altra capitale, tutta la famiglia era andata in missione da Decathlon per procedere all’acquisto di un set di pesi, un bilanciere e una panca. Chi avrebbe mai immaginato che un giorno quell’attrezzatura da palestra avrebbe contribuito in modo decisivo a tenere alto il livello delle sue endorfine ai tempi del lockdown? Quanti quesiti come questo non smettevano di scoppiettare nella sua mente e, in un certo senso, a tenergli compagnia.

Quando non era utilizzato dai suoi, Netflix era uno dei diversivi. Finita la quarta serie di Casa de Papel, la canzone Bella Ciao gli era così entrata in testa che prese in mano la chitarra del fratello e – con l’aiuto dei tutorial di YouTube – provò e riprovò, fin quando il pezzo uscì dallo strumento vittorioso. In fondo, anche se non gli permettevano di passare troppe ore alla playstation, in quello strumento made in Spain, bottino di un’altra mitica spedizione familiare in uno storico negozio di chitarre di Milano, aveva trovato un confidente sensibile e pronto a elaborare i suoi pensieri in presa diretta.

Ascoltare i propri pensieri mentre prendevano forma era una sensazione curiosa e, a essere onesto, gli infondeva un coraggio nuovo. Su consiglio del fratello si era iscritto al canale di Fedez “Muschio Selvaggio” e – tra un compito di scuola e una strimpellata alla chitarra – lasciava che la strana coppia del rapper e l’influencer Luis, gli facesse incontrare una carrellata di individui, alcuni da ascoltare fino all’ultima parola. Anche QUESTA era cultura, cara mamma, rispondeva mentalmente alla genitrice che non perdeva occasione per stalkerare lui e il fratello con l’invio di “un link interessante”. Come un disco rotto, sparava che quella pausa forzata era un’opportunità da cogliere per guardarsi un po’ dentro. Parlava LEI, così capace di concentrazione che con regolarità impressionante riusciva a smarrire lo smartphone tra le mura di casa almeno una volta al giorno.

Era comunque grato, quasi felice di trascorrere gli strani giorni del suo primo lockdown in compagnia dei suoi. Ancora un paio di anni e sarebbe toccata anche a lui, emettere il grido bestiale, pugni al petto, finalmente pronto a entrare nella fetida jungla della vita là fuori, con o senza mascherina.

Salon Krasi, grammatiche della pelle

Complice la genetica mediterranea, continuava la mia ricerca del salon krasi, salone di bellezza, in grado di ripristinare ordine sulla mia criniera. Sebbene spesso lunghi, i capelli delle donne qui a Kiev appaiono finissimi e quindi docili, gli basta un refolo per scomporsi e un istante per riallinearsi. In schiacciante minoranza la mia impalcatura leonina, una testa così poco ben fatta che un giorno sono stata sul punto di sferrare una zampata alla ragazza che continuava a girarmi intorno senza prendere una decisione. “E scegline una di queste spazzole e comincia!” Dentro sentivo il ruggito salire e stavo per piantare tutto lì, la massa di capelli ancora bagnata, non fosse stata la temperatura esterna troppo proibitiva.

Quante volte ho inviato un pensiero commosso ai miei parrucchieri coraggiosi di Milano, al Mario di corso Garibaldi o al Claudio di via Porpora. Sempre accoglienti, sorridenti e soprattutto stuzzicati dalla sfida professionale che la mia chioma rinnovava per loro ogni volta – “Questa massa farebbe la felicità di due clienti normali!” – amavano la sfida e a forza di sforbiciate ristabilivano l’armonia e soprattutto compivano l’eroica missione di farmi uscire dal negozio, mezza giornata più tardi, una donna felice, riconciliata con la propria identità femminile. Non loro soltanto: arrivo a pensare che persino “Un’idea in testa”, il piccolo salone sotto casa in città studi, dove l’anziana titolare quel pomeriggio pensò a lungo prima di accettare di farmi la piega – “ho una forte sciatalgia alla spalla destra…” -, avrebbe vinto il confronto con i pigri parrucchieri di Kiev.

Non soltanto la gestione dei capelli ma anche altre manovre quotidiane di piccolo cabotaggio come manicure, pedicure e depilazione potevano generare effimeri ma intimi turbamenti qualora non mi fossi sintonizzata sulla diversa grammatica del luogo. Prendi per esempio il manicure, perché nemmeno qui le mie aspettative erano in linea con quelle delle altre clienti, ispirate a una grammatica del desiderio lontana dalla mia. Cerco di spiegarmi. In un manuale di grammatica russa o ucraina – e questa volta le due lingue slave appaiono solidali – spicca la distinzione essenziale tra verbi perfettivi e imperfettivi, gli uni concentrati sul risultato, gli altri impegnati a descrivere un processo. Nella mia mente immaginifica il manicure e il pedicure a Kiev erano eseguiti secondo la logica di risultato dei verbi perfettivi: uscite dal salon krasi le mani dovevano esibire unghie impeccabili, laccate secondo una palette technicolor che poteva spaziare da un total black a un oro o argento, con o senza luccichii. Mi sembrava ormai evidente che il focus non cadesse mai sul processo – né sull’approfondita rimozione delle cuticole (processo qui definito con un certo grado di sopportazione “all’europea”, con svogliato impiego di acqua e applicazione di crema anticuticole), né soprattutto sulla tecnica di sterilizzazione degli arnesi impiegati. A colpi di fresa e applicazioni di gel, anche l’unghia più morsicata poteva diventare turgida e bombata. In definitiva, negli innumerevoli salon krasi che puntellavano ogni via di qualsiasi quartiere di Kiev, il desiderio ultimo condiviso rimaneva il medesimo: avere mani da principessa. Provai gratitudine verso i manuali che mi avevano svelato le radici del senso di frustrazione che mi aveva sempre accompagnata a ogni appuntamento in un salon e che soprattutto avevano dato un senso alla mia quest del centro estetico dotato di sterilizzazione in autoclave.

Lo stesso schema interpretativo potevo applicarlo anche alle altre pratiche estetiche, come per esempio alla depilazione. Anche su questo fronte si consumava una drammatica distanza culturale tra DNA autoctono e mediterraneo. E a tale proposito, mi rimane tuttora assai caro il ricordo della prassi incontrata nell’ultimo viaggio che ho potuto compiere, a Barcellona. Qui, nei centri estetici il servizio di depilazione è così tanto utilizzato che non sono richiesti appuntamenti: è sufficiente presentarsi, prendere il numero e aspettare il proprio turno: primera llegada, primera servida! Alla latitudine di Kiev la depilazione rimaneva invece una pratica a bassa intensità e ancor minor livello di standardizzazione. Era così che, in risposta alla medesima domanda di semplice ceretta, mi potevo imbattere in offerte che appartenevano ai più diversi capricci interpretativi. Ricordo due esperienze agli antipodi. In un primo centro estetico sono stata sottoposta a un trattamento lussurioso, in un altro il mio corpo ha vissuto un’esperienza metafisica. Da Kika, la cabina in cui fui sottoposta a ceretta totale consisteva nel diorama di una garçonnière. In linea con lo spirito del luogo, l’addetta non aveva perso tempo nell’indicarmi il divanetto in stile Luigi XIV su cui riporre gli indumenti, senza peraltro dispensare alcuno string di cortesia, ritenuto orpello inutile. Alla fine della seduta, la mia immagine allo specchio era stata trasformata al punto da non avere nulla da invidiare alla categoria marziana delle MILF. L’efficienza dell’addetta, l’esecuzione di gesti sapienti – dall’applicazione al successivo strappo di ciascuno dei profumati strati di cera, compreso il massaggio ricapitolativo finale – avevano quasi prodotto in me la convinzione che sì, Kika aveva fatto di me un’altra donna, almeno per una manciata di ore.

Altro salone, altre sensazioni. A pochi isolati di distanza dall’altro, nel salone di M il design era moderno e prometteva eleganza ed efficienza milanese, l’addetta che si sarebbe presa cura della mia ceretta era tuttavia un elemento spurio, con più punti di contatto con una babushka che con l’immagine della giovane professionista di settore. In effetti, deve essermi stata coetanea, che a diventare nonna qua è un attimo, basta cominciare a figliare a diciotto anni. Chignon troppo alto e make up un tanto al chilo, aveva impiegato minuti infiniti per mettermi e togliermi ogni striscia di cera, a ogni strappo riuscendo a infliggermi uno sproporzionato seppur minimo grado di sofferenza. Più che la percezione di dosi omeopatiche di dolore fisico, c’era quella di un retro pensiero impartito: “questo lusso individuale noi donne normali ce lo sogniamo”. L’estenuante lentezza con cui veniva eseguito il trattamento, prevedeva, alla fine di ogni strappo, lo spruzzo di dosi minime di un solvente a base di olio, poi distribuito con una pezza di tela bianca sulla zona di pelle trattata. Nell’interminabile sessione depilatoria trascorsa nelle mani della compagna estetista, la mia identità si era andata sempre più confondendo con quella di una statuetta di porcellana di fattura sovietica, copia identica a quelle disposte in bella mostra all’interno delle vetrine del museo di Storia dell’Ucraina, o più prosaicamente assimilabile a quelle che i venditori ambulanti di Petrivka disponevano la domenica mattina, con grande cura al centro dei loro teli distesi a terra.

“Che cos’è successo ai tuoi capelli?” chiedeva lui divertito a sera, quando rientrava dalla sua giornata di lavoro, “com’è andata la tua giornata?” preferivo rispondergli, con un misto di autocommiserazione e ironico tentativo di diversificazione periferica. Questo succedeva prima della quarantena, cioè prima che l’emergenza covid-19 facesse la sua silenziosa apparizione nelle vite di tutti noi, incurante delle grammatiche di appartenenza. Ora che la personale quest per il parrucchiere domatore e il salon krasi dotato di sterilizzazione in autoclave è stata sospesa causa forza maggiore, ogni trattamento è divenuto fai-da-te, soprattutto lo studio delle grammatiche russa e ucraina è tornato a essere meno surreale.

Il virus ci ascolta

Nella regione più ricca d’Italia la gente continua a morire come mosche. È un’ecatombe, grottesco controcanto allo slogan che tutti sotto sotto ci rendeva orgogliosi, “Italians Do It Better”. Sono i giorni della pandemia, scoppiata come una bomba a orologeria pochi mesi dopo che un virus di dimensione genomica straordinariamente grande per essere un virus a RNA, ha fatto il suo olimpionico salto dall’alito di un pipistrello alle mucose della bocca di un commerciante di carni in un mercato rionale di Wuhan, nella provincia di Hubei, in Cina. 

Nella capitale dell’Ucraina dove il caso ha assegnato me e due membri della famiglia – il partner e un figlio -, il virus circola ma per lo più in incognito, eccezion fatta per la manciata di casi prontamente – dicono le autorità – rilevati e isolati. Noi italiani espatriati ci abbiamo messo un attimo a replicare anche qui le regole stringenti entrate in vigore in terra madre settimane addietro e, già una settimana prima che a metà marzo venisse dichiarata la quarantena anche qua, eravamo arroccati nel nostro bunker domestico nel centro di Kiev, muniti di scorte alimentari, paracetamolo, Sterilium e mezzo bue nel congelatore, scherza il partner. Il sole che comincia a blandire i tetti e i cortili non ci incanta e ce ne teniamo alla larga, preferiamo non dare confidenza a questa primavera anomala che segue un’invernata ancora più anomala, dove la neve ha fatto timide apparizioni destinate a durare sempre soltanto per una manciata di ore.

In Italia il virus si sta portando via soprattutto gli anziani ma non mancano vittime di altre fasce d’età, anche giovani, e molti tra dottori e infermieri, quelli che l’italico spirito melodrammatico definisce eroi, piuttosto che semplici pubblici ufficiali che svolgono il loro dovere, distinzione fondamentale che loro stessi sottolineano quando interpellati. Vero è che combattono in prima linea e cercano di non far crollare gli argini di un sistema sanitario che si rivela sempre più vulnerabile e incapace di gestire l’emergenza. Sempre quello spirito melodrammatico ha convertito i balconi degli italiani in palcoscenici naturali dove mettere in scena coloratissime variazioni del repertorio locale e internazionale, complici i meccanismi del flashmob, espressione inglese ridondante quando applicata a noi italiani che dell’empatia e dell’esternazione pubblica – niente a che vedere con la solidarietà organizzata – siamo portatori sani in saecula saeculorum.

Il virus sembra aver attecchito proprio bene nel nostro Paese, dove sempre quello spirito da operetta ha permesso che Putin lanciasse la sfacciata operazione “Dalla Russia con amore”. Sembra che Giuseppi Conte abbia concordato il tutto nel corso di una telefonata senza ulteriori confronti ai vertici, concedendo insperati spazi a Putin, così in grado di raggiungere due obiettivi con soltanto 15 aerei militari russi e una task force di intelligence di tutto rispetto: distogliere l’attenzione dei connazionali dall’allarmante evoluzione della pandemia a casa e conquistare un avamposto al sole nel bel mezzo di un difficile parapiglia europeo. L’Italia, afflitta dall’inadeguatezza di amministratori e politici, sta divenendo sempre più terreno di competizione tra potenze, mentre ai piani bassi la gente perde il lavoro e soprattutto la speranza di essere governata da politici all’altezza della situazione.

Con una moderata ma non troppo dose di amarezza sorge il dubbio che Giuseppi e Giggino ce li siamo andati a votare proprio noi che ora sventoliamo tricolori e cantiamo a squarciagola dai terrazzi di tutto lo stivale. Andrà tutto bene? Tacere e vigilare è meglio, il virus ci ascolta.