Super-Uragano

By Tom Porta

And I asked myself about the present: how wide it was, how deep it was, how much was mine to keep.

Kurt Vonnegut

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All’ampia virata verso terra ne segue un’altra che lo riallinea alla costa. L’altimetro segna cinquecento piedi, gli occhi da vecchia aquila benedicono il cielo, la terra, il mare. Il tempo. Quanti, in cinquant’anni, i passaggi su quella distesa liquida, su quella lingua di sabbia che connette alla città degli uomini e di nuovo su quell’altro mare di colline? Un tempo al comando di un jet supersonico con sedile eiettabile, equipaggiato con casco e tuta anti-G, ora in sella a un ultraleggero che consuma come un’automobile e prevede soltanto di allacciare la cintura, al paracadute mancherebbe lo spazio tempo per aprirsi. 

Pomeriggio di aprile, il sole è sul punto di scollinare, lui prende nota di tutto: segreti e limiti della nuova macchina. Laggiù, sempre più spesso, tutto è noia. Non domani che festeggeranno tutti assieme, lui, lei, i figli e i tanti nipoti (quanti ora?). A modo suo anche lui ha contribuito: ha ordinato ravioli in abbondanza e domani, dopo il pranzo rituale, porterà in volo il nipote più grande. 

Un colpo metallico interrompe la progressione di ogni pensiero: il montante di un’ala si è spezzato, l’aereo è in stallo. Lucido deve ricalcolare tutto e contemplare le circostanze oggettive in cui sta uscendo di scena: in una vigilia di Pasqua, prima di una festa grande. Inutili gli affanni, le bugie, le migliaia di chilometri percorsi per sentirsi sempre nel flusso della vita. Sente di dover chiedere perdono e sa che non sono suoi quegli occhi sbarrati, quella gola riarsa, quel filo di sudore che improvviso scende lungo la schiena. Lui è altrove. Laggiù: dove il molo finisce e il mare ha inizio. Eccoli, suo fratello e lui,  ragazzi tuffarsi in sella alle biciclette, Kira scodinzolante dietro e attorno risate, grida, spensieratezza. Futuro soprattutto. Si è fatto buio, il ritorno a casa la sera con biciclette sempre più arruginite e lei che non fa domande. Sorride. 

La stufa a carbone dell’ufficio tiene il freddo fuori dalla stanza. “Mentre godevamo una bella veduta sull’Oceano Atlantico, faticavamo a renderci conto che nelle successive 48 ore avremmo dovuto passare attraverso una delle peggiori tempeste nella storia di tutti gli osservatori”. 

Sulla spiaggia deserta il bagnino Paolo smette di rastrellare la sabbia finissima per capire cos’è stato quel secco boato sul mare: qualcosa è successo oltre gli scogli. Rapido digita il numero di emergenza con un senso di presagio che non vuole mollarlo come il cane col suo osso. Nella quiete del tramonto volteggiano e stridono i gabbiani, attratti da quell’uccello metallico passato al mondo dei pesci. Cantano la vita e la morte, fino a quando a disperderli non sopraggiunge il martellante ronzìo di due elicotteri. 

Il cielo quasi sereno lascia presto il posto alle nubi. Verso sera la nebbia oscura la sommità e congela, fino a formare uno strato di ghiaccio. I gatti dell’osservatorio si accucciano tutti intorno alla stufa, il posto più caldo.

È la retina bianca che gli fascia la mano sinistra a intenerirmi. Placebo per un dolore che altrimenti dilagherebbe. Tiene assieme parti, argina ogni minaccia di caos e ripristina l’ordine. Le belle mani di mio padre, non mi sono mai stancata di ammirarle sin da bambina. Mani abituate a indossare guanti, in alta uniforme, in tenuta da volo, in tuta da sci, in versione giardiniere od operaio, intente a potare o a raschiare antivegetativa blu dalla chiglia di uno scafo, mani sempre in movimento, affusolate e sicure, profumate ed eleganti, mani impreziosite, d’estate, da una fuga di peluria bionda che al sole brilla e profuma di salsedine, mani lavate con la meticolosità di un allegro chirurgo che si appresta alle manovre della sala operatoria: schiuma su su fino ai polsi e infine un’asciugatura sommaria sul primo pezzo di tela disponibile, mani amiche, che non hanno mai dovuto sfiorarci, perché a punirci è sempre bastata l’angolazione drammatica del sopracciglio, compreso quel lunghissimo pelo ribelle che tante donne invano hanno  cercato di estirpare. 

Generale pilota perde la vita precipitando in mare con un ultraleggero. Per un paio di giorni la notizia circola su scala nazionale,  quindi decanta in tragedia che colpisce una comunità, infine in disgrazia che si abbatte su una famiglia. La valanga di messaggi di condoglianze che ci investe – telegrammi, biglietti, vere e proprie lettere – proviene da un’umanità assortita. Sono pesci grandi, medi, piccoli: la marea umana da lui incontrata nel flusso dei giorni senza esserne mai stato travolto, più volte avendone risalito con aerodinamico sorriso le più calde correnti. Ora ciascuno ce lo restituisce a suo modo: ne emerge una figura futurista che fa vibrare l’assenza di colori e di suoni.   

“Tu sarai sempre la mia preferita!”, è la dichiarazione che solenne ci serve in tavola alla fine di un pranzo domenicale ben riuscito. “Stai scherzando, vero?”, si limita a protestare l’altra più solare e sfaccendata delle figlie. Gli occhi verdi da gatto di nostro padre scintillano, la festa prosegue. Ora quel viso è per noi irraggiungibile, fasciato in un tulle bianco che suggerisce frivolezza e levità di pas de deux. La scatola cranica ha subito un trauma tanto forte che il caos ha finito per prevalere, né l’estetista dei morti, né il pietoso fratello chirurgo – dove conduce l’abisso dell’amore fraterno? – hanno potuto porvi rimedio, “ho cercato”, ci ha detto lo zio senza riuscire ad aggiungere altro, perché quel sabato il mare ce l’ha restituito alla sua maniera. 

Alcuni scienziati rimangono svegli quella notte a controllare quel che sta accadendo. Il vento si fa più violento e alle 13 e 21, lassù su quell’osservatorio in alta quota, si registra il valore record: vento da sudest a 231 miglia orarie, 372 km/ h. Il più alto mai registrato sulla superficie terrestre. “Non c’è alcun dubbio che un super-uragano sia in pieno sviluppo”, scrive Pagliuca la mattina di giovedì 12 aprile 1934. Dura solo un giorno. Cade un po’ di neve e segue una tremenda gelata. Poi tutto finisce. 

Lo stesso giorno in cui mio padre viene alla luce in una stanza sul porto di Ancona, oltreoceano, nel New Hampshire, il diario dell’Osservatorio di Mount Washington registra lo sviluppo di un super-uragano. “Un altro maschio, Elvira, e quanto strilla!” Prima ancora di tagliare il cordone l’ostetrica lo adagia sul petto della madre. Spossata, lei accoglie su di sè quel fagotto ancora umido: a un soffio dal suo, sente quel piccolo cuore battere all’impazzata. No, non è stato cercato questo secondo figlio, ci ha pensato il caso. Avrà bisogno di tempo per abituarsi di nuovo a tutto. Due maschi. Giocheranno a calcio, andranno in bicicletta. La faranno impazzire. Sorride.

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