In Pieces

Piove ed è la ginnastica degli ombrelli aperti e chiusi, piove ed è in ritardo. All’edicola non si ferma, le notizie le troverà più tardi, prima ne deve cercare altre dentro di sé. Il viale alberato è battuto dai personaggi del lunedì: il pensionato che accompagna il suo cane bassotto in impermeabile, le studentesse pelle di pesca che sfacciate sorridono, l’amico senegalese che vende “Scarp de Tenis” e la cinquantenne già affaticata con la sua mantella blue di Prussia.

Sottoterra, sulla banchina della metropolitana, i fantasmi di sempre con le loro destinazioni assortite: l’aula magna dell’università, l’ufficio legale dell’azienda, la segreteria studenti, l’ambulatorio medico. Scegli tu. Il lungo sedile è deserto, tutti preferiscono rimanere in piedi, tra il qui e l’altrove. Soltanto una coppia di anziani prende posto accanto ad Anna che ha bisogno di sistemare i pensieri della notte. Ha le mani nude: ieri, prima della regata, si era tolta tutti gli anelli, fede compresa. Che cosa resta, qui, ora, del piacere di sfiorare l’acqua e accarezzare lo scafo della barca? Soprattutto, quante forme riesce ad assumere l’acqua – elemento vivo ieri, ostacolo al movimento oggi.

Mani abbronzate, fossili di un’altra era. A regata conclusa, vele ammainate e nessuna vittoria da festeggiare, il mare li ha riaccompagnati a terra. A pochi metri da lei, irraggiungibile lo sguardo di Paolo. In mare lui ha occhi soltanto per i filetti e i capricci del vento, amante molto, troppo volitivo: lei non ne è gelosa, anzi, ne prova rispetto. Seduta a poppa accanto alle volanti, le giunge la coda di una delle barzellette demenziali di Nichi, seguita dalle risate a scoppio ritardato dei membri dell’equipaggio. Accenna anche lei a un sorriso, consapevole di non appartenere al pubblico maschile del pozzetto. Ed è stato nel silenzio successivo che ogni cosa è andata al suo posto, come fosse stato il mare a stabilirlo: ciascuno in ascolto del suo respiro largo, il sole sul punto di sprofondare.

La banchina si è riempita di gente, l’odore di indumenti impregnati di pioggia irradia un fitto senso di solitudine. Ora una ragazza più giovane le siede accanto: sta leggendo qualcosa in inglese, In Pieces. C’è un tempo e un luogo in cui tutti i frammenti di sé si ricompongono in unità? Per lei è stato ieri a bordo di quella barca. Paolo che nel suo splendido isolamento scandaglia il campo di regata, Giorgio che sorridente distribuisce tè dal thermos a tutto l’equipaggio; non finirà mai di sorprenderla come il tempo, questo sarto paziente, sappia ricucire ogni strappo e ridare forma agli affetti più lacerati.

“La prossima volta tutto dipenderà da come taglieremo la linea di partenza”: solenne anche quando lo scopo è il puro divertimento, Nichi non rinuncia al sogno, “La classifica è ancora tutta da definirsi.” Come credergli? Col berretto rosso dello sponsor calato sulla fronte – strano incrocio tra un marinaio norvegese e un liceale in gita scolastica, – Giorgio lancia un sorriso divertito ad Anna, per spostarlo poi sul punto in cui il sole sta precipitando in mare. Paolo ha finito di mettere in chiaro le scotte e ora quegli occhi che tre inverni prima le hanno chiesto di sposarlo, la vanno a cercare. In momenti differenti li ha amati entrambi ma soltanto ora vede il disegno dei giorni.

Un sìbilo metallico annuncia l’arrivo della metro in banchina: venti secondi e calpestìo di passi in ogni direzione, venti secondi ed ermetiche le porte si serrano davanti ad altri volti. “Si segnala la presenza di borseggiatori sui treni e sulle banchine.” Una donna con cappello da pioggia Burberry’s stringe nella mano destra la cartella da lavoro e nell’altra un ombrello gocciolante. Anna aspetta il treno successivo. Senza fretta infila i guanti e si dirige verso la linea gialla lungo la banchina. Con la punta dell’ombrello fa piccoli cerchi.

Ha scelto Paolo per le lettere, per la grafia infantile, per i mazzi di fiori a sorpresa e le telefonate in orari impossibili, soprattutto per quel sorriso prodigioso. Per sempre, sì per sempre – ora ne è certa – il loro matrimonio ha intessuto, lettera dopo lettera, incontro dopo incontro, la trama della loro storia. Sull’altra banchina il treno sta depositando la sua piccola marea umana mentre un’altra ne accoglie, movimento infinito di onde che si infrangono su battigia di cemento. Ora la brezza sporca che spazza la galleria avvisa che anche da questo lato c’è un treno in arrivo. Anna è pronta a seguire il flusso: una manciata di minuti e arriverà quasi puntuale in redazione. “Siamo una famiglia povera scappata di Bosnia-Erzegovina, non ce l’abbiamo di mangiare, vi prego tutti aiutare.” Un lunedì milanese è appena iniziato.


L’opposizione di Marte, pianeta rosso

Si rivedono dopo vent’anni sulla spiaggia della loro città nella sera di eclissi totale di luna, Marte in grande opposizione. “Anna! Ma non sei cambiata, sei sempre la stessa!” Lei indossa jeans strappati, una maglietta nera con un pulcino giallo dipinto a mano e un sorriso leggero. Gli va incontro lungo il camminamento di pietra mentre uno dopo l’altro cerca di far saltare i ponti dei ricordi. Con affettuoso distacco lo abbraccia.

Vorrebbe potergli dire “anche tu” ma non riesce: i suoi capelli non sono più neri, il corpo è appesantito e ha il viso stanco di chi ha dormito poco e male. Capisce anche che nemmeno ora riuscirà a chiederglielo. Se fosse stato lui il misterioso intervistatore col giubbetto chiaro quel mattino di quarant’anni prima. Sua madre non ha dubbi. “Stamattina si è presentato al cancello un ragazzo molto educato – per un sondaggio, un progetto scolastico, ha detto. L’ho lasciato entrare e abbiamo finito per parlare di famiglia, scuola e mondo giovanile. Un tipo interessante.”

A proposito di ricordi. Un pomeriggio a caso di quell’autunno. La scuola è ripresa da un mese e Anna è nuova in città. Il prato sotto la finestra è già stato inghiottito dall’ombra della casa. Finora questo è stato il luogo impregnato di luce e di suoni dove trascorrere l’infilata dei giorni estivi; ora la famiglia è lì per restare e lei è un’adolescente. Il mondo oltre il cancello non la interessa, lo osserva dalla sua camera, la finestra una grande lente. Su una vecchia cassapanca ha posto una radio che sintonizza su Radio Tre: vuole imparare ad ascoltare la musica classica che la attrae come un universo sottomarino. E’ fiduciosa, l’autodisciplina è un’antica alleata, come quando, undicenne, le ha fatto cambiare grafia per passare al più elegante stampatello inglese: della rotonda spensieratezza del corsivo non è rimasta traccia, il capitolo infanzia archiviato per sempre.

Nel nuovo liceo l’inserimento procede senza traumi. Allenata al balletto dei cambiamenti di compagni e insegnanti, confida in un elementare meccanismo di resilienza. Con paziente curiosità attende che ogni giorno depositi un altro tassello utile per elaborare nuove conoscenze e, quando complesse situazioni spuntano là fuori,  continua a tenerle sotto controllo con l’aiuto della scrittura.  E’ una pratica che le fa riempire quaderni di parole testarde. Paese. Le case sono piccole e antiche, le strade sono piccole anch’esse, passa una donna con gonna, passa un bambino che strilla disperatamente.

Ora, soprattutto, colleziona indizi. Compresi gli spostamenti di una bicicletta nera e gli sguardi fuggevoli ma non indifferenti di un tipo alto della quinta A. Sempre più spesso le sembra di vederlo ovunque: alle assemblee di scuola, per il corso, alle quattro iniziative culturali che la vita di provincia offre. La sua è una presenza costante: se ne sta in piedi in fondo alla sala, a braccia conserte e con la sciarpa al collo. Per qualche ragione spicca sugli altri: forse per la statura, forse per il caldo timbro della voce, oppure per gli occhi che brillano ironici in bilico su un sorriso.

Presto diventano amici ma per difetto di occhi verdi o azzurri, quelli che lui sistematico cerca nelle ragazze che corteggia, tali rimarranno: prova a contrario le giungerà per lettera anni dopo da oltreoceano: “forse, se non mi fossi lasciato distrarre da altri occhi azzurri, chissà che cosa avrei scoperto dietro i tuoi più schivi.” Per mesi, forse anni, continuano a scriversi mentre la quotidianità disegna i loro destini paralleli: altri occhi azzurri per lui, altro sguardo vivace per lei. Un giorno, nell’era liquida dei social, una lunga chat da una sponda all’altra dell’oceano li riconnette, poi si riperdono di vista, fin quando il caso li deposita su questa spiaggia, complici amici comuni e la fatalità di un lutto familiare per lui.

“E così voi due vi conoscevate già da tempo! E magari lei ti piaceva anche, eh?” Chiede qualcuno a cui lui ha appena elargito una generosa pacca sulla spalla. Il suo viso è nascosto nel buio, “con Anna siamo amici da sempre. Quando io frequentavo la quinta, lei era in seconda B. Il suo compleanno è il 12 aprile.” Ha sempre avuto il gusto del dettaglio. No, in fondo neanche lui è cambiato, pensa Anna. Non solo ha mantenuto la sua memoria da elefante ma anche i modi affabili del gran populista – “il nostro Che”, era solita chiamarlo, mentre lui incassava quell’epiteto con un senso di disagio che lei non aveva mai compreso fino in fondo.

La strampalata rassegna di domande e risposte che segue serve a entrambi per fare ordine nei ricordi e condensare anni di manovre esistenziali, mentre è alle memorie dei rispettivi smartphone che entrambi si affidano per illustrare il presente. Con orgoglio di marito e di padre fa scorrere qualche immagine di vita americana, quando però tocca a lei mostrare i suoi cari, lui si ritrae e sceglie l’autocommiserazione: “è inutile che me le mostri. Senza gli occhiali non vedo più nulla.”

Nessuno aggiunge altro, gli sguardi di tutti ora si appuntano al cielo, dove l’eclissi di luna si è fatta totale. Sei gradi più sotto del nostro satellite, in grande opposizione al sole, regale brilla Marte, colto nel momento di vicinanza massima al nostro pianeta. Dopo Venere e la Luna, è l’oggetto più luminoso.

Arrivederci, Professor Colombo

Gli occhi gonfi di Clara fissano senza vedere una gamba del tavolo inglese, sono sul punto di tracimare e forse per impedirlo preme due dita sulle labbra serrate. La combinazione di capelli biondo stopposo e pelle cotta dal sole la trasformano in un elemento esotico da salotto borghese, maschera tribale simile a quelle che da bambina Anna aveva contemplato con timido orrore al museo Pigorini. Anche i ragazzi hanno perso le parole. Custodi di pensieri remoti, osservano la madre turbinare da una stanza all’altra di una scenografia domestica che presto resterà senza attori. Per sempre? Anna non ha tempo di pensarci né di incoraggiare emozioni superflue, si ripromette di indulgervi in un momento più opportuno. Il fatto è che nell’ultima manciata di giorni le ore le si sono affastellate. A pochi minuti dalla partenza è ancora lì a vagliare le ultime mille questioni pendenti – scartoffie, oggetti -, compresa la gestione del cibo: quello da eliminare, da lasciare o da portar via. Difficile uscire di scena.

“E queste sacche dove le vuoi mettere? Quanto tempo ti serve ancora? Stiamo facendo tardi e soprattutto l’auto è già stracolma!” La carica di ansia che non le è stata trasmessa dalla madre del compagno, troppo devastata dalla notizia fresca fresca del decesso per complicanze post-operatorie dell’amata gatta, le giunge da lui. Infine, è il momento dei saluti.

“Ciao Papà, mi mancherai, guida piano, ti voglio tanto bene.” C’è calore più che mestizia nello sguardo del loro grande dodicenne. Come se ormai avesse mutato pelle: non più il bambino smarrito che in un’alba gelida di dicembre aveva abbracciato il padre che partiva con una grossa valigia. Allora qualcosa dentro di lui deve essersi infranto per sempre, secondo il padre, un trauma irreversibile, secondo la madre, un necessario rito di passaggio, il primo di tanti che la vita gli avrebbe riservato. Il turno di abbracciare i ragazzi arriva anche per Anna e a tutti – a eccezione di Clara – scappa un sorriso complice: questo è un momento epico per la famiglia, qualcosa che non cambierà la grande storia ma di certo il corso dei loro destini. “Siate bravi con la nonna. Lele, rispetta e aiuta sempre tuo fratello. Vedrete come passano in fretta due giorni, vi aspettiamo agli arrivi, buon volo, ragazzi!” Per monelli di nove e dodici anni, nati e cresciuti a Milano, cambiare città, scuola, amici – ma soprattutto squadra di basket – equivale a un trasferimento su Marte. Addio compagni, addio coach, addio Lambrate. I trolley che li assisteranno nel delicato passaggio, sono già predisposti in un angolo della loro stanza e basterà completarli con qualche reliquia dell’ultimo momento. All’aeroporto, dopo un abbraccio infinito e un commosso arrivederci, la laconica nonna consegnerà nipoti e bagagli all’assistente di volo.

Sette piani più sotto, la strada li attende: sono pronti per partire. È una calda e tranquilla mattina di inizio settembre, il momento giusto per migrare, a lui il volante, ad Anna la scelta del percorso – un nastro d’asfalto lungo 1860 chilometri. Un segno della croce, un Padre Nostro, un sorriso e si va.

“Arrivederci, Professor Colombo!” – la sente esclamare all’angolo di piazzale Leonardo e le lancia uno sguardo interrogativo. “Ogni mattino coi bambini salutavamo la statua mentre tagliavamo il piazzale verso la scuola.” Anna prova un dolce sollievo nel vedere che il collo del pensoso primo rettore del politecnico è stato liberato dall’hula hoop arancione che un goliarda era riuscito a lanciare fin lassù, “è stato un onore conoscerla, buona giornata, ci mancherà! Addio, Milano, Bucarest stiamo arrivando!”

A Trieste arrivano in un baleno e lì si concedono un selfie solenne. Col tempo riusciranno a decifrare i pensieri nascosti dietro quei due sorrisi. Così diversi da quelli da turisti per caso, abbronzati e ingenui, catturati nel photo boot del Meeting di Rimini l’estate precedente. La foto di oggi sembra scattata in testa a un trampolino, in bilico sull’ignoto. Sguardi simili si trovano in loro foto del passato, quando, finiti gli studi, avevano fatto il loro ingresso nella vita adulta. Con una differenza: ora sono responsabili dei destini di due bambini. Anna si volge indietro: i loro sedili sono stati abbattuti e ora c’è un’unica distesa di borse e valigie ricoperta da un lenzuolo bianco, sudario del passato e copertina per un futuro che sta per nascere. Con soddisfazione osserva che è riuscita a trovare spazio anche per la bella chitarra spagnola, forse un giorno Lele riprenderà a suonarla. No, alle spalle non si sono lasciati nulla, in anticipo di due giorni sull’arrivo dei due, soltanto per predisporre il nuovo nido.

Migranti come innumerevoli altri in questo mondo instabile, fanno parte della privilegiata schiera degli expat, che possono permettersi di lasciare la propria terra alla ricerca di una vita più piena. Anna lo sa e ne sente la responsabilità: hanno fame di nuove occasioni di crescita, nuovi paesaggi, nuovi incontri. Il lago Balaton sfila via nitido e ventoso alla loro sinistra: sono giunti a metà strada e un filo sempre più tenue li lega alla loro vita precedente.

Quando varcano il confine romeno di Arad, Anna osserva per la prima volta i grossi nidi di cicogna su dei tralicci o sui tetti delle piccole case. Una nuova stagione sta per cominciare.

Inconspicuous Mother

I can see her slim figure tilting on a spade in the early morning sun digging in the orchard. Her high-pitched “Buongiorno!” together with her encouraging smile as she watches me reaching her, definitely wakes me up. We are deep in summertime of my eighteen. She has always loved gardening but to grow her own vegetables has been a recent conquest, the glowing result of settling down after years of a gypsy life: finally able to stamp feet on her own ground, a call of her peasant DNA, maybe.

Seasons have been piling up till the five of us sons and daughters have grown adults. Then one day she realised something new. Her bones had grown too stiff to take personal care of her tender crops. She put on her reading glasses and looked up for Gino’s number. Soon that little old peasant, a peer of my dad’s from elementary school days, started to become a regular amid our tomato, cucumber and green bean plant rows.

It was in preparation of glorious Summer that she would be keeping on investing her money and all of her time. In fact, not only would the garden and the big house draw her energies, but also special care would be paid on her outer and inner selves. Reading, regular walking, visiting church next door, everything would contribute to make her fit for our arrival. In that season her offsprings and nephews would show up, with the declared intention to spend at least part of their holidays “back home”; the nest and its guardian would be indeed ready to receive them all.

The long convent table under the lodge is the altar for family rites. Along with always al dente succulent pasta, colourful appetising dishes prepared with her zucchini, tomatoes, aubergines and green beans are being served there. They are passed back and forth along the table, from hands to hands, smile to smile, most of the time.

Like any Italian mother she has articulated her own food language and by that family code she has always been able to reach those she loves. Her husband, our father, would benefit much from all that too. He would sit at the head of the table facing the church (our right-hand side neighbour), bestowing his mockingly serious bliss on the food we were on the point of sharing. That too was part of our family rites which she accepted and even longed for.

She also well tolerated his very personal gardening style. First thing, she could never tell when he would be available for help, then he would unpredictably choose his tasks, like, he would climb up the poplar tree with the excuse to prune some of its stupid branches, sometimes indulging in some clownish scene, like his screaming aloud voglio una donna! (I want a woman), just like lo Zio Teo, the crazy character in Fellini’s Amarcord. He would do it to draw the attention of our left-hand side neighbour’s bimbo wife, mainly, though, for the sheer fun of us all.

My mum would look on from a distance with her mild smile, possibly reminding herself that that was one of the reasons why she had chosen to marry him instead of the other and indeed he was an unconventional, lively, free spirit. That probably explains also why – among all other things – he loved fire and the brave act of taming it, making him a tribal priest of kind. He would dutifully assemble dry leaves, pick up any piece of paper or wooden material around, to pile all up in a corner of her orchard, to be finally and unexpectedly ignited on a whim. In fact, she did not like that at all, actually she hated it. Sharp on time, with a dramatic intonation in her voice, she would warn everybody around to shut down all windows and doors, to keep that hellish smell away from inside her house.

For thirteen years now she has been leaving alone in her three- storey house, finally able to decide when to keep doors and windows wide open at zero risk of smoke smell getting inside, windows that my still childish imagination resembles to human eyes open onto outer worlds. It was an Easter Eve. My father was supposed to bring back home ravioli for our Easter supper. Before that, he had many plans for the day, first of all an exciting transfer. Something went wrong, though, and the left wing of the ultralight plane which he had just bought somewhere North and was taking home on its inauguration flight, cracked down leaving him no escape; the sea below swallowed it along with him.

The accident made her angry rather than sorrowful. His sudden disappearance triggered in her a deep sense of frustration, as if victim of a major form of betrayal. How many years had she been patiently expecting that he, just turned elderly enough the week before, realised the moment had come for him to stop flying and start a new more mindful phase? She had always been confident that they had still time ahead to share, despite different personalities. She strongly felt she deserved it and now it was his fault that everything wound up this way.

Since then, every following summer she has been keeping her usual seat on the right corner of the long table under the lodge, while her husband’s head seat has stayed vacant, strictly if informally assigned to one of us five in turn, never ever conceded to any of our annexed partners, if not under very very special circumstances.

Indeed, something in the alchemy of her dinners had changed for good. Her cooking turned more lukewarm, less piquant and spicy. We still enjoy her flavoured pasta and rich vegetable dishes – whatever their origin -, but everything just tastes different now.

When a new summer ends, all of us visitors leave. From inside her fortress home she looks up in all possible directions, with the five of us living in scattered parallel worlds. Apparently that does not affect her much. Despite she is shortsighted and wears thick lenses all the time, she succeeds in reaching out on us wherever we are. Technology is her strategic ally: her social media accounts keep her busy and watchful.

At times she surprises us sending pictures she has just taken on her morning walk along the seaside. She never takes selfies, though. She is rather a natural reporter of minimal events, which may materialise in a seagull hovering on a sunny solitary beach, the vivid meeting up of skyline and sea along the horizon, located somewhere beyond the very point where he entered the waters, or the glimmering floating ashore of a wooden piece after undergoing artistic sea change.

She harkens sea changes also inside herself, continuously recalculating her priorities. That is what she must have done when she elaborated a new plan: enough with her orchard and home-grown veggies and ahead with a space where her youngest one could put foundations for his new family house.

Teo is the youngest of all and the only one still living in town. Their umbilical cord was formally cut forty years ago, when she was already forty-one and mother of four pre-adolescents. It was a late unplanned pregnancy, complicated with the risk of exposition to chicken pox viruses in the air of a Christmas family reunion.

Back then, prenatal diagnosis offered quite limited options and she just chose not to hear all those who wisely advised her not to venture on a too risky pregnancy, those including her partner. Defiantly and just like a patient peasant, she chose to nurture her inner soil till harvest time. I remember we spent a whole month or so separated from her within our small flat in Milano; we would communicate via a board placed the buffer zone of our long corridor. Soon her belly started to blossom. We were all thrilled.

Yet, going back to those strange days I cannot detect any sense of trauma, rather excitement and even bliss. We were elementary school kids and to catch our attention she would sketch funny drawings assigning us tasks and telling us how she/they two were doing. With hindsight, I have no idea whether such logistic measures actually prevented hideous chicken pox viruses from hitting our yet in-progress brother. I do know for sure that she taught us what resilience means: no matter what, never give up and never feel alone nor let down. Even better if you keep smiling.

Her approach proved successful: her harvest was stunning. Few months later, in a late-July full-moon night, our brother “Gift from God” made his epiphany. A new family chapter was to begin. I walked to the hospital to see him for the first time. I squeezed my nose onto the nursery glass panel to scan all the cots in search of his name, till I spotted MATTEO: there he was, so gorgeously regal, amid all other newborns. A six-grader, I kept on contemplating my brand-new brother with mixed feelings: what was looming ahead for me? Would it be just like playing dolls or, rather, a new threat and source of family extra tasks? Either ways, I suddenly realised I had become a grown-up.

“Look at this wonderful baby here! Can you believe that his mum is the very one that married the aviator?! He is such a handsome man but she is so inconspicuous!” Three women were commenting my brother’s genes just beside me.

An the trick was made: my wonder mum turned into an inconspicuous middle-aged woman. For the first time I could see her under external eyes. True, you could not define her as a stunning beauty, still she has always looked pleasant, as charming as any smiling woman wearing glasses and not pretending to stay blonde while her hair has gradually whitened… I also observe that she has always had nice-shaped legs, if not vertiginously long to make a major impact.

Admittedly, to sync the three women’s vision of her with my own magnificent one, took me a while, finally proving a punch in my stomach. Truth is that I was not vaccinated yet against local gossiping, or rather, the real world. We had never really settled down for long enough to go local. We used to live in a realm of our own, with parents its absolute monarchs. Every three years or so we would relocate somewhere else, according to my dad’s new assignments as an Air Force officer. Till that day of recognition, the quiet sea-town and its simple people had only represented a background if friendly scene in our holiday seasons. Now we were there to stay, at least for a while longer.

When the women’s comments were reported home, it actually took us very short to digest them into a family joke as the myth of the inconspicuous mother. So it was that to celebrate our new family member and dispel any past misgiving, my dad sparkled a major bonfire. Many neighbours complained that night, not she who was still in hospital breastfeeding the newcomer.




Super-Uragano

By Tom Porta

And I asked myself about the present: how wide it was, how deep it was, how much was mine to keep.

Kurt Vonnegut

l

All’ampia virata verso terra ne segue un’altra che lo riallinea alla costa. L’altimetro segna cinquecento piedi, gli occhi da vecchia aquila benedicono il cielo, la terra, il mare. Il tempo. Quanti, in cinquant’anni, i passaggi su quella distesa liquida, su quella lingua di sabbia che connette alla città degli uomini e di nuovo su quell’altro mare di colline? Un tempo al comando di un jet supersonico con sedile eiettabile, equipaggiato con casco e tuta anti-G, ora in sella a un ultraleggero che consuma come un’automobile e prevede soltanto di allacciare la cintura, al paracadute mancherebbe lo spazio tempo per aprirsi. 

Pomeriggio di aprile, il sole è sul punto di scollinare, lui prende nota di tutto: segreti e limiti della nuova macchina. Laggiù, sempre più spesso, tutto è noia. Non domani che festeggeranno tutti assieme, lui, lei, i figli e i tanti nipoti (quanti ora?). A modo suo anche lui ha contribuito: ha ordinato ravioli in abbondanza e domani, dopo il pranzo rituale, porterà in volo il nipote più grande. 

Un colpo metallico interrompe la progressione di ogni pensiero: il montante di un’ala si è spezzato, l’aereo è in stallo. Lucido deve ricalcolare tutto e contemplare le circostanze oggettive in cui sta uscendo di scena: in una vigilia di Pasqua, prima di una festa grande. Inutili gli affanni, le bugie, le migliaia di chilometri percorsi per sentirsi sempre nel flusso della vita. Sente di dover chiedere perdono e sa che non sono suoi quegli occhi sbarrati, quella gola riarsa, quel filo di sudore che improvviso scende lungo la schiena. Lui è altrove. Laggiù: dove il molo finisce e il mare ha inizio. Eccoli, suo fratello e lui,  ragazzi tuffarsi in sella alle biciclette, Kira scodinzolante dietro e attorno risate, grida, spensieratezza. Futuro soprattutto. Si è fatto buio, il ritorno a casa la sera con biciclette sempre più arruginite e lei che non fa domande. Sorride. 

La stufa a carbone dell’ufficio tiene il freddo fuori dalla stanza. “Mentre godevamo una bella veduta sull’Oceano Atlantico, faticavamo a renderci conto che nelle successive 48 ore avremmo dovuto passare attraverso una delle peggiori tempeste nella storia di tutti gli osservatori”. 

Sulla spiaggia deserta il bagnino Paolo smette di rastrellare la sabbia finissima per capire cos’è stato quel secco boato sul mare: qualcosa è successo oltre gli scogli. Rapido digita il numero di emergenza con un senso di presagio che non vuole mollarlo come il cane col suo osso. Nella quiete del tramonto volteggiano e stridono i gabbiani, attratti da quell’uccello metallico passato al mondo dei pesci. Cantano la vita e la morte, fino a quando a disperderli non sopraggiunge il martellante ronzìo di due elicotteri. 

Il cielo quasi sereno lascia presto il posto alle nubi. Verso sera la nebbia oscura la sommità e congela, fino a formare uno strato di ghiaccio. I gatti dell’osservatorio si accucciano tutti intorno alla stufa, il posto più caldo.

È la retina bianca che gli fascia la mano sinistra a intenerirmi. Placebo per un dolore che altrimenti dilagherebbe. Tiene assieme parti, argina ogni minaccia di caos e ripristina l’ordine. Le belle mani di mio padre, non mi sono mai stancata di ammirarle sin da bambina. Mani abituate a indossare guanti, in alta uniforme, in tenuta da volo, in tuta da sci, in versione giardiniere od operaio, intente a potare o a raschiare antivegetativa blu dalla chiglia di uno scafo, mani sempre in movimento, affusolate e sicure, profumate ed eleganti, mani impreziosite, d’estate, da una fuga di peluria bionda che al sole brilla e profuma di salsedine, mani lavate con la meticolosità di un allegro chirurgo che si appresta alle manovre della sala operatoria: schiuma su su fino ai polsi e infine un’asciugatura sommaria sul primo pezzo di tela disponibile, mani amiche, che non hanno mai dovuto sfiorarci, perché a punirci è sempre bastata l’angolazione drammatica del sopracciglio, compreso quel lunghissimo pelo ribelle che tante donne invano hanno  cercato di estirpare. 

Generale pilota perde la vita precipitando in mare con un ultraleggero. Per un paio di giorni la notizia circola su scala nazionale,  quindi decanta in tragedia che colpisce una comunità, infine in disgrazia che si abbatte su una famiglia. La valanga di messaggi di condoglianze che ci investe – telegrammi, biglietti, vere e proprie lettere – proviene da un’umanità assortita. Sono pesci grandi, medi, piccoli: la marea umana da lui incontrata nel flusso dei giorni senza esserne mai stato travolto, più volte avendone risalito con aerodinamico sorriso le più calde correnti. Ora ciascuno ce lo restituisce a suo modo: ne emerge una figura futurista che fa vibrare l’assenza di colori e di suoni.   

“Tu sarai sempre la mia preferita!”, è la dichiarazione che solenne ci serve in tavola alla fine di un pranzo domenicale ben riuscito. “Stai scherzando, vero?”, si limita a protestare l’altra più solare e sfaccendata delle figlie. Gli occhi verdi da gatto di nostro padre scintillano, la festa prosegue. Ora quel viso è per noi irraggiungibile, fasciato in un tulle bianco che suggerisce frivolezza e levità di pas de deux. La scatola cranica ha subito un trauma tanto forte che il caos ha finito per prevalere, né l’estetista dei morti, né il pietoso fratello chirurgo – dove conduce l’abisso dell’amore fraterno? – hanno potuto porvi rimedio, “ho cercato”, ci ha detto lo zio senza riuscire ad aggiungere altro, perché quel sabato il mare ce l’ha restituito alla sua maniera. 

Alcuni scienziati rimangono svegli quella notte a controllare quel che sta accadendo. Il vento si fa più violento e alle 13 e 21, lassù su quell’osservatorio in alta quota, si registra il valore record: vento da sudest a 231 miglia orarie, 372 km/ h. Il più alto mai registrato sulla superficie terrestre. “Non c’è alcun dubbio che un super-uragano sia in pieno sviluppo”, scrive Pagliuca la mattina di giovedì 12 aprile 1934. Dura solo un giorno. Cade un po’ di neve e segue una tremenda gelata. Poi tutto finisce. 

Lo stesso giorno in cui mio padre viene alla luce in una stanza sul porto di Ancona, oltreoceano, nel New Hampshire, il diario dell’Osservatorio di Mount Washington registra lo sviluppo di un super-uragano. “Un altro maschio, Elvira, e quanto strilla!” Prima ancora di tagliare il cordone l’ostetrica lo adagia sul petto della madre. Spossata, lei accoglie su di sè quel fagotto ancora umido: a un soffio dal suo, sente quel piccolo cuore battere all’impazzata. No, non è stato cercato questo secondo figlio, ci ha pensato il caso. Avrà bisogno di tempo per abituarsi di nuovo a tutto. Due maschi. Giocheranno a calcio, andranno in bicicletta. La faranno impazzire. Sorride.